| Omelia (07-04-2002) |
| don Fulvio Bertellini |
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Pace a voi - Immagini di guerra Mentre abbiamo davanti agli occhi immagini di guerra e terrorismo, continuamente trasmesse dalla televisione, e l'inquietudine nel cuore di chi non sa esattamente che cosa lo aspetta, e forse ha paura anche solo a farsi la domanda, risuonano ancora una volta le parole del Risorto: "Pace a voi". E potrebbero sembrare una beffa', parole fuori dal tempo. Il paradosso di un saluto Ma in ogni tempo queste parole sono risuonate, ogni volta dando ragioni di speranza e di coraggio. Quella prima volta la pace del risorto raggiunge i discepoli provati dall'esperienza della Passione, dal terrore di subire la stessa sorte atroce del Maestro. Gli amici di Gesù, ben rinchiusi nella loro diffidenza, ricevono la visita del Risorto, che si fa riconoscere proprio dalle piaghe, le piaghe di quella Passione che i discepoli temono di dover ripetere. E riconoscerlo vivo e presente è motivo di gioia, e la gioia è il primo segnale della pace. Missione pericolosa Una seconda volta il Risorto saluta: "Pace a voi"; quindi esplicita la missione dei discepoli: "Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi". Gesù annuncia esattamente ciò che i discepoli temono: dover rifare la sua stessa esperienza, e andare incontro al suo stesso fallimento, come già era stato annunciato: "Nessuno è più grande del suo padrone, né un discepolo è da più del suo maestro... se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi". Eppure, quello che si presentava come una prospettiva angosciosa, diventa motivo di pace. Anche davanti a Dio Abbiamo infatti un elemento nuovo, imprevisto, che si aggiunge a quello che i discepoli già sanno della missione: il dono dello Spirito. Per questo dono, ogni gesto compiuto dagli apostoli ha un significato nuovo, e così pure ogni azione che essi subiscono: "a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete resteranno non rimessi". Tutto ciò che i discepoli compiono, acquista un significato celeste, diventa gesto di riconciliazione e perdono. Gli uomini possono accoglierlo o rifiutarlo, ma questo rifiuto o accoglienza non rimane confinato alla comunità dei discepoli, ha valore anche nei confronti di Dio. Ritorno alla guerra Non cambia dunque la situazione di pericolo. Non cambiano le prospettive per il futuro dei discepoli: anzi, si conferma che la loro è una missione a rischio. Però il Risorto è con loro, e li accompagna con la potenza dello Spirito. La loro missione ha un significato, la loro vita acquista valore presso Dio. Questa è la pace che il Risorto dona ai discepoli, e che il Risorto dona a noi oggi. Gesù non ci sottrae ai nostri conflitti, alle nostre responsabilità, non ci rende la vita più facile, almeno esteriormente. Ma la sua presenza, di crocifisso-risuscitato, trasforma le nostre sofferenze, le nostre delusioni, le nostre paure. Proprio lì lui ci vuole; proprio lì ci dà l'occasione di testimoniare la nostra fede e di diventare per gli uomini un segnale di salvezza. PRIMA LETTURA "Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere". L'annuncio della Risurrezione non è qualcosa di astratto, di vago, che può lasciare indifferenti: il brano che leggiamo dagli Atti degli Apostoli ci mostra come cresce una comunità a partire dall'annuncio di Cristo risorto. La memoria viva del Risorto (qui rappresentata dall'insegnamento degli Apostoli e dalla frazione del pane) genera uno stile nuovo di fraternità, e un nuovo modo di pregare. Ne derivano scelte coraggiose e radicali: come quella di vendere i propri beni e di mettere il ricavato in comune. Oppure di dedicare ampi spazi alla preghiera comunitaria, sia nello spazio pubblico del tempio, sia nello spazio privato della casa. Oggi invece nelle nostre comunità la tendenza è di fare ognuno i fatti suoi, di occuparsi dei propri problemi (o perlomeno, di limitarsi a quelli della propria famiglia), e trovare tempo per la preghiera sembra essere un'impresa irrealizzabile. Come accogliere la critica che ci viene dalla lettura degli Atti? Che cosa dobbiamo rivedere nella nostra mentalità e nella nostra pratica per agire secondo il modello proposto dalla comunità primitiva? L'elemento fondamentale che ricaviamo dalla narrazione degli Atti è l'assiduità all'insegnamento degli apostoli: proprio attraverso l'annuncio, la predicazione, la catechesi, la riflessione, veniamo in contatto con il Risorto, e solo allora può cambiare radicalmente la nostra esistenza. Notiamo negli Atti altri elementi che mettono fortemente in discussione la vita cristiana delle nostre parrocchie: innanzitutto l'ascolto dell'insegnamento apostolico è un fatto che riguarda gli adulti; in secondo luogo, è qualcosa di totalmente nuovo, che non deriva da una istruzione portata avanti fin dall'infanzia. Perché allora la nostra catechesi fa così fatica ad oltrepassare il muro dei quattordici anni? E perché fa ancora più fatica a trovare le vie per aprirsi anche a chi non ha più frequentato la parrocchia dopo la Cresima? SECONDA LETTURA "Nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti". Il termine "rigenerare" significa più propriamente "far nascere di nuovo". Il tema della nuova nascita è comune nel Nuovo Testamento per esprimere l'impatto della Risurrezione nella vita di ogni credente. Un effetto che noi tendiamo a sottovalutare, soprattutto quando la Pasqua diventa un'abitudine, una storia già sentita e priva di interesse. Invece, la Pasqua è rinascita, novità, sorpresa, e soprattutto il risorgere della speranza, l'aprirsi di un futuro. La speranza sembra essere contraddetta dalla realtà dei fatti: per questo l'agiografo insiste molto sulla dialettica tra il presente che si vede (fatto ancora di guerre, violenza, etc...) e il futuro che non si vede; se non con gli occhi della speranza. |