| Omelia (14-04-2002) |
| don Elio Dotto |
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Perché è abbattuto il tuo volto? Il libro della Genesi racconta che in principio il volto di Caino "era abbattuto" perché la sua offerta pareva non essere gradita a Dio (Gn 4,3ss.). L'espressione della sua faccia doveva certo apparire molto cupa, come possiamo intuire ascoltando le parole di rimprovero che il Signore gli rivolge: "Perché sei irritato, e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta..." (Gn 4,6-7). Appunto questa espressione abbattuta di Caino mi viene in mente ogniqualvolta incontro una persona che ha la faccia cupa. Non mi riferisco tanto al volto triste e preoccupato di chi soffre a causa della malattia o della cattiveria altrui: spesso, infatti, dietro la pena di un ammalato o di un perseguitato si nasconde l'attesa tenace di tempi migliori; e non è certo impossibile intravedere nei loro occhi la luce della speranza... Molto più cupo invece è il volto di chi è dominato dall'invidia, o dal rancore, o dalla rassegnazione: al punto che i suoi occhi diventano incapaci di cogliere quello che altrimenti non sarebbe difficile vedere. Così era in quel tempo il volto dei due discepoli che "in quello stesso giorno" – il primo giorno dopo il sabato, il giorno della risurrezione – "erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus" (Lc 24,13). Avevano il volto triste; ed erano senza speranza, perché ogni loro attesa era finita tre giorni prima, davanti alla morte di Gesù: "noi speravamo che fosse lui al liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute" (Lc 24,21). Prigionieri della rassegnazione, essi non sapevano fare altro che discutere: come se bastasse alzare la voce per coprire quel vuoto che li rendeva tristi. E in tal modo – tutti e due presi dai loro discorsi – non riuscivano a riconoscere il Signore, che "in persona... camminava con loro" (Lc 24,15). Spesso noi abbiamo giustificato il comportamento di Cleopa e del suo compagno di strada: in fondo, il dramma della morte di Gesù era ancora troppo recente; e dunque i due discepoli avevano ragione di essere confusi e tristi. Dietro questa giustificazione però non di rado si nasconde una nostra interessata autodifesa: perché proprio al comportamento di quei due assomigliano tanti nostri quotidiani atteggiamenti. Succede quando il nostro sguardo è costantemente cupo e sospettoso; oppure quando i nostri discorsi sono sempre carichi di accuse e di recriminazioni. In tali circostanze appunto noi troviamo facilmente una giustificazione: e in genere vediamo negli altri la causa della nostra tristezza o della nostra animosità. Nella maggior parte dei casi, però, la colpa è soltanto nostra: come soltanto i due discepoli erano – in quel tempo – colpevoli del loro cattivo stato d'animo. Appare dunque motivato il rimprovero di Gesù: "sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!" (Lc 24,25). L'espressione potrebbe sembrare eccessiva, tanto più sulla bocca di uno sconosciuto, come il Signore era considerato dai due discepoli distratti... Eppure Cleopa e il suo compagno non reagirono davanti a parole così dure ed esplicite: forse perché iniziavano a percepire la loro colpevole distanza da Gesù e dalle Scritture che a lui si riferivano. Così – perlomeno – riconobbero alla fine di quella straordinaria giornata: "non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?" (Lc 24,32). Bruciava il loro cuore nel petto: e non si trattava di quel facile sentimento di entusiasmo che noi spesso attribuiamo ai due discepoli; ma era piuttosto il rimorso della loro coscienza colpevole, che per troppo tempo si era attardata dietro a false speranze, senza riuscire in tal modo a riconoscere l'unica speranza che non delude, quella che aveva sostenuto Gesù sulla croce. Ora, però, il rimprovero brusco e provvidenziale dello sconosciuto compagno di cammino aveva aperto i loro occhi: ed essi avevano riconosciuto il Signore. A esito diverso era pervenuta in principio la vicenda di Caino: dopo il rimprovero del Signore, "Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise" (Gn 4,8). Il suo volto rimase cupo ed abbattuto, perché preferì ostinarsi nella propria ossessiva invidia piuttosto che lasciarsi illuminare dalle parole del Signore. Appunto come facciamo ancora noi oggi, quando alla luce nuova della Pasqua di Gesù preferiamo le nostre vecchie e fatali ostinazioni. |