| Omelia (07-04-2002) |
| don Elio Dotto |
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I segni della croce nella luce della risurrezione "Le porte del luogo dove si trovavano i discepoli erano chiuse": così inizia il Vangelo di questa seconda domenica pasquale. Inizia con lo sguardo su queste porte chiuse, ben lontane da quel sepolcro aperto che aveva dominato la scena di domenica scorsa. I discepoli avevano chiuso le porte "per timore dei Giudei", dice ancora il Vangelo. Ma, davvero erano chiuse soltanto per questo timore? E che timore è questo: quello di essere uccisi? In realtà, in quel momento assai poco sarebbe loro importato di morire. Ben più radicale, invece, è questo timore dei Giudei. E' la forma concreta di un timore più invadente, più profondo: non dei Giudei soltanto avevano paura i discepoli, ma del mondo intero. Ai loro occhi infatti tutto il mondo si era colorato di tinte buie ed ostili; quelle tinte nere che avevano segnato la morte in croce di Gesù. I discepoli avevano paura del mondo intero, di quel mondo che era riuscito ad uccidere un innocente come Gesù: e per questo tenevano le porte chiuse. Se ci pensiamo bene, accade spesso anche a noi di chiudere allo stesso modo le porte della nostra vita: ci accade spesso di stare ripiegati in un angolo senza speranza, sotto il peso del dolore e della paura. In questi momenti, ogni possibile ospite ci sembra ormai pericoloso: sospettiamo un po' di tutti, perché siamo convinti che, in fondo, tutti siano un po' falsi o insidiosi o violenti o prepotenti... Certo questa è l'impressione che ci domina in questi giorni, davanti a questa guerra orribile, davanti al ripetersi di atrocità e di violenze che sembravano dover essere soltanto più ricordi dei libri di storia. E invece no, tutto questo è cronaca quotidiana: ci accorgiamo che il cuore dell'uomo rimane cattivo e violento, nonostante il progresso e le conquiste degli ultimi decenni. Davanti a tutto questo è dunque quasi spontaneo chiudere le porte della nostra vita, tirarci fuori da questo mondo, abbandonandoci alla paura oppure cercando di sopravvivere in qualche piccolo sogno, nella ricerca di qualche piccola speranza. Proprio come facevano i discepoli la sera di quello stesso giorno, il primo dopo il Sabato. Ma alla sera di quello stesso giorno successe qualcosa di nuovo. Venne Gesù, dice il Vangelo, e "si fermò in mezzo a loro". Si fermò in mezzo a loro con una parola nuova: "Pace a voi!". I discepoli non riuscirono ad accogliere subito il nuovo messaggio del Risorto. Essi certamente temevano di sognare, di illudersi un'altra volta; esitavano ad uscire dalla chiusura sospettosa dei loro cuori, quasi che ogni apertura potesse disporli a rinnovare la loro sofferenza. Che cosa c'entra questa visione con tutto ciò che essi hanno visto prima, con tutto ciò che hanno sofferto, con quella morte orribile del Calvario, quella morte che è stata e che non può essere in alcun modo cancellata? Questo pensavano i discepoli. E Tommaso non fa altro che dare voce a questo dubbio radicale. "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi,... e non metto la mia mano nel suo costato non crederò"; quasi a dire: non voglio passare oltre, non voglio e non posso dimenticare; non mi interessa una cosa nuova, magari un incontro spirituale con il Signore che non è più. Io aspetto ancora una parola di Dio, una parola a proposito di quella morte che si è abbattuta su Gesù e su di noi. E non farò mai finta che tutto questo non sia accaduto. Era appunto questo il pensiero di Tommaso e dei discepoli; e, in fondo, è anche il nostro pensiero, in questi giorni di Pasqua segnati dal dramma incancellabile della guerra. Ma davanti a questi pensieri venne ancora Gesù, otto giorni dopo la Pasqua, e di nuovo si fermò in mezzo a loro, mostrando le sue mani di crocifisso. E Tommaso allora capì che Dio non scherza con il dolore umano: che anche i segni di quel dolore, o addirittura soprattutto quei segni, accompagnano l'uomo nel suo cammino verso la vita. Capì però insieme che neppure il dolore, neppure la sofferenza ingiusta, neppure la morte innocente possono autorizzarci ad accusare Dio e a gettare la spugna. "Non essere più incredulo, ma credente" disse Gesù a Tommaso. E cioè: non affidarti più soltanto ai tuoi occhi ma guarda alla tua vita con gli occhi Dio. Allora vedrai che il futuro di Dio è più grande e più potente di ogni tua paura. E scoprirai che quel futuro può finalmente spalancare le porte chiuse della tua vita. (rielaborazione di G. Angelini, Meditazioni sui Vangeli festivi – anno A, Morcelliana, Brescia, 1986, pp. 69-71) |