Omelia (24-03-2002)
don Elio Dotto
Ha attraversato i cieli

Era buio il cielo quando Gesù uscì con i suoi discepoli e andò nel podere chiamato Getsémani.
Ed era "buio su tutta la terra" quando Gesù venne crocifisso nel luogo detto Gòlgota, dopo una notte di interrogatori e torture.
Era davvero buio il cielo quel giorno. Buio come il cielo che a volte sovrasta il nostro capo: quel cielo chiuso e senza speranza che pesa sui nostri giorni, che ci toglie la voglia di vivere, che cancella il nostro futuro. Viene in mente la tragedia di Cogne, con i suoi mille lati oscuri ed inquietanti... Ma vengono in mente anche tante altre tragedie dei nostri giorni, dove il buio sembra totale ed invincibile.
Appunto così - buio - era il cielo quel giorno. Eppure nella lettera agli Ebrei leggiamo che Gesù, Figlio di Dio, il nostro grande sommo sacerdote, "ha attraversato i cieli" (Eb 4,14). Ha attraversato i cieli: ha bucato, ha trapassato quel cielo chiuso e senza speranza.
Gesù ha bucato quel cielo buio anzitutto con la sua fermezza: non ha avuto paura di rimanere fedele alla missione della sua vita, nonostante tutti lo avessero abbandonato. "Padre mio, non come voglio io, ma come vuoi tu". Alla volontà del Padre Gesù voleva dare compimento: e nulla avrebbe potuto distoglierlo da questa missione, neppure quella morte che gli anziani del popolo da tempo minacciavano.
Ma questa fermezza di Gesù non ha cancellato certo del tutto il buio di quelle ultime ore. Ne abbiamo la prova nel silenzio che egli ha contrapposto alle grida dei Giudei. "Sia crocifisso" - gridava la folla. E il Maestro non ha più avuto parole davanti a questa gente, che pochi giorni prima aveva cantato "Osanna" (Mt 21,1-11 - l'ingresso del Signore in Gerusalemme) e che adesso urlava "Sia crocifisso"; il Maestro non ha più aperto la sua bocca davanti a questa gente, che è come la gente di ogni tempo e di ogni luogo: sempre pronta a correre dietro chi grida più forte. Gesù ha fatto silenzio, e si è ritrovato così nuovamente immerso in quel cielo chiuso e senza speranza che aveva cercato di bucare.
E tuttavia Gesù non si è disperato: appeso alla croce si è ricordato del Padre, che gli aveva dato la vita. Soprattutto si è ricordato dell'inizio, di quando Dio, il Padre, passeggiava nel giardino alla brezza del giorno - come leggiamo nel racconto della Genesi - e non riusciva a trovare l'uomo e la donna, che erano nascosti, perché si sentivano nudi. E quando, finalmente, riuscì a trovarli, vide tutto il loro affanno e la loro vergogna, resi ancora più evidenti da quelle foglie di fico con cui si erano coperti. Allora, leggiamo nella Genesi, "il Signore Dio fece all'uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì" (Gn 3,21).
Ecco, sulla croce Gesù si è ricordato di questo inizio. Lui era innocente, non aveva nessuna colpa. Eppure anche lui, come Adamo ed Eva nel giardino, era nudo; anche lui sentiva il cielo chiudersi sopra la sua testa e vedeva la fine di ogni speranza. Ma non si è disperato, perché nei suoi occhi morenti brillava quel gesto protettivo di Dio, che cuce i vestiti all'uomo e alla donna. Ed è così che ha attraversato i cieli, che ha bucato e trapassato quel cielo chiuso e senza speranza.
Ora noi siamo qui, all'inizio della Settimana Santa, e volgiamo lo sguardo a colui che hanno trafitto. Potremmo forse lasciarci coinvolgere dalle celebrazioni ricche e suggestive di questi giorni: in fondo, i riti della Settimana Santa hanno mantenuto un fascino particolare. Ma questo sarebbe ancora troppo poco: se vogliamo, possiamo fare di più. Se vogliamo, in questi giorni santi possiamo guardare negli occhi morenti di Gesù, e così scorgere anche noi la mano buona di Dio che ci ricuce i vestiti strappati.
Allora, anche noi potremo attraversare i cieli, questo cielo chiuso e senza speranza; e ci sarà di nuovo donato un futuro, di nuovo avremo una speranza. Perché finalmente sapremo che Dio si chiama Padre; e ci basterà per sempre.