| Omelia (17-03-2002) |
| don Elio Dotto |
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Davanti alla morte Oggi pomeriggio mi è capitato tra mano il libretto che fa memoria di don Romano Marchisio, sacerdote cuneese morto il 20 settembre scorso in un tragico incidente stradale. Più volte nei mesi passati avevo sfogliato queste pagine, a me molto care, essendo stato collaboratore di don Romano per quattro anni. E tuttavia oggi ho provato una sensazione nuova davanti ad esse: una sensazione di nostalgia e di rimpianto. Guardando infatti le fotografie e leggendo gli scritti, mi tornavano alla mente i giorni trascorsi insieme a don Romano: le feste di Natale e di Pasqua vissute con lui, le fatiche attraversate, i punti di vista differenti, le scelte condivise... E mi sembrava impossibile che tutto adesso fosse finito per sempre. Certo, "so che risusciterà nell'ultimo giorno": ogni domenica dico nell'Eucaristia questa mia fede nella "risurrezione della carne". Ma tale affermazione tende a rimanere soltanto un'arida formula davanti alla fotografia di don Romano appesa nel mio studio, che ogni giorno inevitabilmente mi ricorda la sua morte. Appunto così accadde anche in quel tempo a Marta di Betania. "So che risusciterà nell'ultimo giorno", disse a Gesù riferendosi al fratello Lazzaro, morto da quattro giorni. E le sue parole certo erano sincere: davvero essa credeva nella risurrezione dei morti, condividendo in tal modo una speranza largamente diffusa tra gli ebrei del suo tempo. Eppure c'è una profonda tristezza in questa professione di fede: e c'è soprattutto rammarico perché "se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto". Marta dunque crede nella risurrezione, perché così le avevano insegnato: ma fatica ad immaginare come suo fratello Lazzaro possa essere ancora vivo, al di là della morte. Non è però cercando di immaginare quello che sta oltre la morte che Marta poteva uscire dalla sua tristezza. Ed è così anche per noi: a partire dalla nostra immaginazione, infatti, noi restiamo muti, e non riusciamo a dare un nome a quella speranza che comunque avvertiamo in fondo al cuore. A partire da Gesù, invece, la speranza riceve un nome: perché è lui "la risurrezione e la vita". In lui, infatti, la nostra umana speranza riceve il nome di Dio, assume il volto di quel Padre alla cui fedeltà Gesù ha sempre creduto: "Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto". Dunque, soltanto il nome del Padre di Gesù può dare un contenuto alla nostra fede nella risurrezione dei morti. Senza di esso, i nostri discorsi sulla morte rimarrebbero vuoti e senza senso. E anche la nostra vita stenterebbe ad esprimersi in pienezza, cadendo inesorabilmente nel grigio dell'indifferenza e della noia. Il nome del Padre, invece, dà finalmente parola e volto al nostro esistere. Così avvenne il Venerdì santo, sulla croce: Gesù non sapeva come sarebbe andata a finire; davanti a lui vedeva soltanto la morte, e non sapeva che cosa sarebbe accaduto dopo quella morte. Una cosa sola Gesù sapeva sulla croce: quel nome, il nome del Padre. "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,46). Soltanto quel nome Gesù sapeva sulla croce: e in quel nome ha trovato salvezza, per sé e per tutti noi. |