Omelia (10-03-2002)
don Elio Dotto
Liberati dalla rassegnazione

"L'infinito silenzio sopra un campo di battaglia quando il vento ha la pietà di accarezzare; l'inspiegabile curva della moto di un figlio che a vent'anni te lo devi già scordare... Ma che razza di Dio c'è nel cielo? Ma che razza di guitto mascherato da Signore sta giocando con il nostro dolore?".
Così si esprime Roberto Vecchioni, in una delle più belle canzoni del suo ultimo album "Il lanciatore di coltelli". E queste parole - nella loro durezza - sembrano proprio attualizzare quella triste domanda dei discepoli che apre il Vangelo di domenica (Gv 9,1-41): "Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?".
Appare infatti inevitabile una simile domanda, ieri come oggi: perché davanti alla disgrazia - davanti ad un uomo che è cieco dalla nascita come davanti ad un giovane che muore in un incidente stradale - l'unica soluzione sembra essere quella di trovare un colpevole (o almeno una ragione plausibile) su cui scaricare la responsabilità. Proprio come fanno i genitori che hanno perso un figlio a causa di un incidente, e tornano più volte sul luogo dell'accaduto, per cercare di capire, per farsene una ragione... E vanno avanti nella loro ricerca fino a quando riescono ad identificare un colpevole: che spesso risulta essere semplicemente il destino, o anche Dio stesso, che dal cielo guida il destino... Appunto: "Ma che razza di Dio c'è nel cielo?".
Davvero però è inevitabile una simile domanda? Davvero non ci sono altre soluzioni, se non quella di trovare un colpevole? I discepoli pensavano di sì: e con loro lo pensavano soprattutto i farisei. Questi ultimi infatti credevano di avere una spiegazione per ogni cosa: "noi sappiamo" - ripetevano spesso con presunzione. E dunque essi sapevano che quell'uomo era cieco a causa delle colpe commesse da lui e dai suoi famigliari ("Sei nato tutto nei peccati...").
Non di questo avviso invece era Gesù: "Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio". Gesù in definitiva era convinto che non fosse necessario rassegnarsi al male: perché non il male, ma "le opere di Dio" sono l'ultima parola. E dunque Gesù riteneva inutile cercare un colpevole, come se non esistesse un'altra strada per rispondere al male. Al contrario, egli proponeva una via nuova, più positiva: "dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno".
Appunto questa via nuova venne percorsa dal cieco: il quale compì le opere di Dio nel momento in cui credette alla parola di Gesù. "Io credo, Signore" - disse infatti il cieco al termine di quella convulsa giornata, esprimendo così con le parole una fede che lo aveva animato fin dall'inizio, quando era andato a lavarsi nella piscina di Siloe. In tal modo davvero gli si aprirono gli occhi - anche quelli del cuore - e ritrovò una speranza per la sua vita.
Senza speranza invece rimasero i suoi genitori, che non vollero saperne di abbandonare le loro paure e i loro pregiudizi, seguendo il figlio sulla via nuova della fede. Esattamente come succede a noi, quando preferiamo piangerci addosso - ossessionati sempre dai medesimi pensieri - piuttosto che metterci in cammino su strade nuove...