Omelia (17-02-2002)
don Elio Dotto
Ricordati che sei polvere

"Il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente".
Così il libro della Genesi racconta l'origine dell'uomo (prima lettura di domenica: Gen 2,7-9;3,1-7). E lo fa con una chiarezza ed una verità impressionanti: perché descrive molto bene la precarietà che tutti noi sentiamo, quella debolezza e fragilità umana che ogni giorno sperimentiamo sulla nostra pelle. Appunto solo polvere è l'uomo, ci dice il libro della Genesi: arida polvere del suolo, che però diviene essere vivente grazie al soffio di Dio.
Anche il tempo della Quaresima inizia con questo messaggio. Durante la preghiera del Mercoledì delle Ceneri i cristiani cospargono il loro capo di polvere; e compiono questo gesto proprio per ricordare la loro debolezza. "Ricordati che sei polvere e polvere ritornerai", si diceva una volta nella liturgia di questo giorno. E lo si diceva non per far paura, agitando lo spauracchio della morte, ma per ritornare all'inizio, al tempo delle origini, quando l'uomo conosceva la sua precarietà, ma gustava anche in pienezza i frutti del giardino che Dio gli aveva dato.
Soltanto all'inizio però fu così. Molto presto l'uomo iniziò a sospettare di quel Dio che gli aveva soffiato la vita, a dubitare del suo amore e della sua fedeltà. Un sospetto che prese forma nelle parole del serpente: "Dio vi ha proibito di toccare quell'albero perché sa che, se ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi, e diventereste come lui, conoscendo il bene e il male".
Da allora, questo sospetto continua ad inquinare il cuore dell'uomo. Da quel giorno, l'uomo fatica a fidarsi di Dio: sospetta che gli nasconda qualcosa, che sia geloso della sua potenza, al punto di tenerla tutta per sé, lasciando l'uomo nella debolezza. Non è forse questo il sospetto che ci coglie quando la vita si rivela difficile, e non vediamo vie di uscita?
Proprio davanti a questo sospetto siamo tentati di provare altre strade: strade più appetibili, più gradite, più veloci di quella difficile fede nel Dio che ci ha creati. Sarà la strada del divertimento, che ci fa fuggire - almeno per un attimo - dalla fatica quotidiana; sarà la strada del facile guadagno - magari all'enalotto - che ci risolve tutti i problemi; sarà la strada della magia, nella ricerca di improbabili miracoli; o sarà anche la strada della disperazione, quando davvero tutto sembra inutile. Cerchiamo altre strade, per sostituire quella difficile fede in Dio.
Adamo ed Eva, l'uomo e la donna delle origini, hanno cercato un'altra strada, e, con l'aiuto del serpente, l'hanno trovata. Ma ecco che "si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi". Hanno trovato un'altra strada, ma hanno perso tutto: lo splendido giardino, la gioia, la dignità. Si sono ritrovati nudi, spogliati di tutto.
Ben diverso, invece, è stato il comportamento di Gesù, come leggiamo nel Vangelo di domenica (Mt 4,1-11). Anche lui nel deserto è stato provato dal sospetto su Dio: e pure lui è stato tentato di scegliere altre strade, più comode e sicure. Eppure Gesù ha voluto fidarsi solo del Padre: "Vattene, Satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto". Una fede che ha rinnovato sulla croce, quando davvero c'era ragione per sospettare di Dio, di un Dio così crudele che lascia morire il figlio in quel modo... Ma anche sulla croce Gesù ha continuato a gridare "Abbà". Gesù sapeva che quel Padre non era crudele, perché erano gli uomini - e non Dio - ad ucciderlo; sapeva che all'origine della sua uccisione stava il sospetto degli uomini, e non la volontà di Dio.
E così, anche nell'ora della morte Gesù si è abbandonato alle mani del Padre. Mani benedette, che lo hanno raccolto, curato, guarito, risuscitato: appunto come all'inizio avevano custodito Adamo ed Eva nel giardino, quando si accorsero di essere nudi e vennero rivestiti dal Signore Dio con tuniche di pelli (cfr Gen 3,21).