Omelia (07-04-2002)
padre Ermes Ronchi
Il rischio di essere felici

Il Vangelo oggi parla di ferite che Gesù non nasconde, ma quasi esibisce: il foro dei chiodi, toccalo! Il costato, puoi entrarci con una mano! Piaghe che non ci saremmo aspettati, convinti che la risurrezione avrebbe rimarginato, chiuso, cancellato per sempre le ferite del venerdì santo, le stigmate del dolore. E invece no. Perché la Pasqua non è il superamento gioioso della Passione, ne è la continuazione, il frutto maturo, la conseguenza.

Le piaghe restano, per sempre. Ed è proprio a causa di quelle che Cristo è stato risuscitato. L'amore ha scritto la sua storia sul corpo del Nazareno con la scrittura delle ferite: amore incancellabile, ferite incancellabili. E luminose: dalle piaghe del Risorto non sgorga più sangue, ma luce; le ferite non sfigurano, ma trasfigurano.

Allora capiamo che il cuore ferito con le sue cicatrici, il nostro come il suo, può diventare più capace d'amore, e di guarigione, possiamo tutti diventare dei «guaritori feriti» (Nouwen).

Proprio attraverso quelle ferite che ci parevano colpi duri o insensati della vita, diventiamo capaci di comprendere altri, di venire in aiuto ad altri nell'attraversare le stesse tempeste. La nostra debolezza allora, come quella di Pietro, dei discepoli, di Maddalena, non è un ostacolo, ma una risorsa per meglio seguire il Signore, per meglio venire in aiuto ad altri. La debolezza non è più un limite, ma si trasfigura in opportunità. Per tre volte il Vangelo oggi parla di pace donata da Gesù. E la sua pace scende nei nostri cuori stanchi e paurosi, scende sulla nostra vicenda di peccatori sconfitti, sulle nostre delusioni. Ed è a questa esperienza di pace che Tommaso si arrende, neppure sappiamo se abbia toccato il corpo del Risorto. È alla pace che si arrende, passando dall'incredulità all'estasi. Così noi e la nostra fede a questa esperienza ci arrendiamo, a questa promessa, a questo incoraggiamento tenace che può attraversare tutta la tristezza della vita e i deserti sanguinosi della storia.

Beati quelli che senza aver visto crederanno. Beatitudine che finalmente sento mia. Le altre le ho sentite troppo difficili, cose per pochi coraggiosi, per pochi veramente affamati d'immenso, questa la sento mia, consolante: credere senza aver veduto. Finalmente una beatitudine per tutti, per chi fa fatica, per chi cerca a tentoni, per chi non vede. Felicità, dice Gesù, per quanti credono. Per loro una vita non diventata più facile, ma una vita più piena e appassionata, ferita e vibrante, ferita e luminosa, piagata e guaritrice.

Ultima parola di Cristo: la fede è il rischio di essere felici. Così termina il Vangelo, così inizia il nostro discepolato. Col rischio di essere felici portando le nostre piaghe di luce.