Omelia (07-04-2002)
mons. Antonio Riboldi
Signore mio e Dio mio

Leggendo il racconto che gli Atti degli apostoli ci propongono oggi, si rimane davvero stupefatti. "I fratelli erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti, stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune: chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e avendo la stima di tutto il popolo" (At. 2,42-47). Eppure non si era ancora spento in Gerusalemme l'eco, ma soprattutto il ricordo, di quelle terribili, ma per noi cristiani meravigliose pagine di storia di amore del Figlio di Dio, Gesù, che sulla croce recitò l'atto di amore che né il mondo, né tutta l'eternità potranno mai essere capaci di abbracciare in tutta l'estensione. Un atto di amore che era come un mettere fine alla storia dell'uomo che vittima dell'inganno di satana, aveva imboccato decisamente la via della morte e che ora ritrovava in Cristo la via della vita. C'era da avere paura a dichiararsi discepoli di quel crocifisso che aveva suscitato tanto odio nei farisei, che proprio non volevano neppure sentire parlare che tra di loro Dio avesse potuto mettere piedi tra di noi, "Uomo tra uomini", per fare dell'uomo un figlio, da riportare alla casa paterna. Ed erano pronti a fare piazza pulita di chiunque si permettesse anche solo di dire di esserne discepolo. Lo ricordavano bene Pietro e gli Apostoli, quel venerdì santo. Ma non avevano forse i farisei preso in considerazione che loro, da poveri uomini, potevano fare tutto il male possibile, ma proprio non potevano nulla e non possono nulla gli uomini di tutti tempi contro quell'amore dolcissimo che non solo sa trovare spazio in chi Gli crede, ma è capace, come il sale della terra, cambiare tutto e rendere questa valle di lacrime giardino di Dio. E questo lo sta a dimostrare il racconto della comunità di Gerusalemme attorno agli apostoli. Dov'era finita la paura? Il dubbio? Ora regnava la certezza che Dio non solo non era "morto" l'assurdità che anche oggi dimostra la profondità dell'ignoranza degli uomini ma era ed è presente tra gli uomini, facendo conoscere come la vita può diventare un'anticamera del paradiso, quando è fondata sulla fede e sulla carità. Come era a Gerusalemme. Come è in tante parti del mondo, ora. Ma diciamocelo francamente: non è facile arrivare ad una fede, che non conosce incertezze, ma diventa vita, come negli apostoli, nelle prime comunità, e come una catena interminabile in tantissimi uomini e donne in ogni tempo e luogo fino a dare la vita nel martirio...e sempre con tanta gioia. Uomini di fede, donne di fede, giovani, tanti giovani anche oggi, pur assediati dalle miriadi di nubi della miseria umana che sembrano oscurare il bello del Cielo, sanno giocare tutta l'esistenza sulla resurrezione, ossia sull'eternità di una vita vissuta nell'amore con lo sguardo rivolto sempre al meraviglioso volto del Cristo Risorto. Questa difficoltà nella fede è bene "incarnata" nell'Apostolo Tommaso che con una caparbietà non disposta a credere alla testimonianza dei suoi amici, i discepoli, che affermavano di avere visto Cristo Risorto dice: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò". E puntualmente Gesù, "otto giorni dopo, ritorna tra gli apostoli riunitisi di nuovo in casa. E subito, con una bontà davvero infinita, invita Tommaso a fare quanto aveva detto, con la sicurezza di chi non accetta testimonianze, ma vuole vedere con i propri occhi: "Crederò se toccherò con mano", "Tommaso, metti qua il tuo dito e guarda le mie mani: stendi la tua mano e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma credente!" E subito viene fuori l'onestà di Tommaso, che grida la sua totale fede: "Mio Signore e mio Dio!". Ma Gesù getta il suo sguardo alla moltitudine dei credenti, tra cui noi, che non avranno il dono di "vederLo risuscitato" ed afferma: perché tu mi hai veduto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto, crederanno" (Gv.20,20-3l) E tra quei beati ci siamo noi. Noi che, a volte di fronte alle tragedie del mondo o della vita siamo quasi portati a non credere più a Lui. Oppure vorremmo con la sola intelligenza "vedere" Chi sfugge alla sola intelligenza, ma si offre nella fede. Fede, che è un abbandonarsi a Lui, al Suo amore, anche se a volte sembra che questo non esista più. Lo affermava anche il S. Padre, commentando questo Vangelo ai giovani nella Giornata Mondiale: dei giovani a Tor Vergata: "La fede difficile, ma non impossibile". Sarebbe del resto troppo facile credere perché si vede. Vedere già toglie il senso della fede. Non si può negare ciò che si vede: è da stolti. Ma si fa trovare Gesù Risorto anche oggi, a noi, che tante volte siamo come Tommaso? Occorre subito dire che troppi non si pongono neppure questo problema esistenziale: dico esistenziale perché interessa un futuro, la nostra Resurrezione, che inizia già da qui. Se è vero che Gesù Risorto oramai vive tra di noi, ancora oggi, come il "Pastore grande delle pecore" in cerca di tutti noi, perché tutti noi siamo stati riscattati con il prezzo della sua vita, e altrettanto vero che i suoi occhi, "le ferite delle sue mani e del costato", cercano i nostri occhi. Sempre nella speranza che sia pure come Tommaso, abbiamo la forza di cercare quelle mani e quel costato e dire anche noi, "Mio Signore, Mio Dio!". Sono più frequenti, oggi le persone che testimoniano di avere incontrato Cristo, forse senza cercarLo. Ne ho incontrato io stesso nella mia vita di prete e Vescovo. Mi sono rimaste impresse due figure eccellenti di questi beati che pur non avendo visto, hanno creduto. Uno è stato il mio Padre Spirituale, Don Clemente Rebora, illustre scrittore, poeta, incredulo fino a 40 anni. Quando i suoi "occhi onesti" che cercavano la verità, si incrociarono con quelli di Gesù, divenne la figura di "santo" che fa della vita una continua testimonianza del Risorto. E che santo! Un altro è il filosofo francese Frassard, ateo, che proprio non gli importava conoscere Dio. Un giorno di pioggia, in attesa di incontrare un suo amico, si rifugia in Notre Dame di Parigi, per ripararsi dalla pioggia. E lì viene folgorato dalla "visione di Dio" che irrompe nella sua vita, tanto da scrivere un famoso testo dal titolo significativo: "Dio esiste, io l'ho incontrato". Detto da lui, davvero mette in crisi le nostre difficoltà nella fede.