| Omelia (31-03-2002) |
| padre Ermes Ronchi |
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C'è un futuro senza violenza Quel sabato che precedette la Pasqua fu un sabato diverso da tutti gli altri. Le donne di Galilea in segreto preparavano aromi, ma era buio nel cuore. Anche la Madre attendeva in silenzio. È il sabato del silenzio di Dio. Così per me, seduto in faccia al sepolcro. Ma viene il terzo giorno, e una mattina o una sera, o forse meglio ancora una notte, ad una svolta della strada (Mt 28,9), o in un giardino (Gv 20), o nel silenzio della mia stanza, l'incontro avverrà, sarà come e quando Lui vorrà. A me basta desiderare, e fare memoria, e aspettare. E lo riconoscerò, come le donne, grazie a due segni che non ingannano: un timore sacro, una trepidazione da croce e da amante, ma che non è paura, e una gioia che dilaga dentro, umile e forte. E correrò come Maria di Magdala, come le altre donne, ad annunciarlo, "con timore e gioia grande". A dirlo con la vita: Cristo è vivo. A me non basta sapere che Cristo è morto, una croce in più tra i tanti patiboli della terra, io devo sapere se Cristo è risorto. Ciò che fa credere è la croce, ma ciò in cui crediamo è la vittoria della croce (Pascal). Questa la scommessa della mia fede: Gesù è vivo, oggi. Mentre il non credente questo mi dirà: no, per me Gesù non è più vivo. La differenza è tutta qui. Perché, come scrive il filosofo Max Horkheimer, dobbiamo rifiutarci di accettare una realtà in cui il carnefice abbia in eterno ragione sulla sua vittima. Il futuro non appartiene alla violenza. Questo è il senso profondo della Pasqua per la nostra storia, dove la risurrezione di Cristo non è mai separata dalla nostra risurrezione. Prima di risorgere Egli è disceso agli inferi, nel fondo oscuro della storia e della materia, per dar loro energia e direzione verso la luce, l'amore, la libertà. Se io comincio a pensare che nelle profondità della materia e della mia carne, nelle parti più oscure del mio essere, Egli è disceso per illuminare e trasfigurare, per risuscitare amore e bellezza, allora anch'io partecipo della resurrezione di Cristo che risorge per l'eternità dal fondo del mio essere, energia che ascende, germe di vita, vita germinante. Pasqua è la festa dei macigni rotolati via dalla imboccatura del cuore e dell'anima. E ne usciamo pronti alla primavera di rapporti nuovi, trascinati in alto dal Cristo risorgente. Non mi toccare, dice però Gesù. Si tocca per possedere, per stringere, come non ci fosse altro. Non mi toccare, perché non è finito qui il duello: questo mattino, questo giardino è solo l'avvio. La festa del raccolto sarà solo per dopo, per molto dopo, quando Dio asciugherà ogni lacrima e non ci sarà più né morte, né lutto, né lamento, perché le cose di prima sono passate, e Cristo sarà tutto in tutti. |