Omelia (26-10-2026)
don Michele Cerutti
Alzare lo sguardo

C'è un dettaglio che mi colpisce sempre in questa pagina del Vangelo di Luca: questa donna è «curva» e «non riusciva in alcun modo a stare diritta». Proviamo a pensare a cosa significhi, concretamente, vivere diciotto anni guardando solo la terra. Significa non poter incrociare lo sguardo di nessuno. Significa vedere solo la polvere, i propri passi stanchi, le scarpe degli altri.
Molto spesso, anche noi camminiamo così. Ci sono situazioni nella nostra vita - delusioni, fatiche familiari, sensi di colpa, malattie - che ci curvano. Ci ripiegano su noi stessi. E il rischio grande, quando dimentichiamo il Cielo, è che iniziamo a calpestare la Terra. Trasformiamo i giorni in ore da consumare, guardando solo al nostro piccolo orizzonte egoistico o alle nostre ferite.
Gesù, invece, rompe questo schema. La vede, la chiama e le dice: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Non aspetta che sia lei a chiedere. La nota nella sua marginalità.
Ma ecco che scatta la reazione del capo della sinagoga, l'osservante perfetto, l'uomo delle regole: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato».
Che tristezza quando cadiamo in una religiosità puramente formale, fatta di sole etichette e di burocrazia spirituale! Quest'uomo è così preoccupato di difendere l'orario e la norma che non si accorge che una sorella, dopo diciotto anni di sofferenza, è finalmente tornata a guardare il cielo. È l'ipocrisia di chi preferisce un ordine formale a un briciolo di carità autentica. Non ci si può dire cristiani se poi siamo disattenti nei confronti dei fratelli che vivono situazioni di marginalità o di dolore. Gesù ci dice chiaramente che la persona viene prima della regola. Il sabato è fatto per l'uomo, non l'uomo per il sabato.
Chiediamo oggi al Signore la grazia di un cuore trasparente.
Chiediamo di essere liberati da quelle rigidità che ci impediscono di gioire del bene degli altri. Ma soprattutto, chiediamo a Gesù di toccare le nostre curvature, per rimetterci in piedi, capaci finalmente di guardare i fratelli negli occhi e di camminare leggeri sulla strada della vita.