Omelia (25-10-2026)
don Andrea Varliero
Amare più di quanto possiamo immaginare

Seicentotredici: sono esattamente seicentotredici i precetti presenti nella Torah, duecentoquarantotto più trecentosessantacinque. Trecentosessantacinque sono i «No»: non fare questo, non fare quello. Un «no» per ogni giorno dell'anno. Un incubo, un dedalo di infinita e impossibile burocrazia anche davanti a Dio, un muro ostile che ben conosciamo. Come se bastasse trattenere il respiro, non vivere, per essere graditi al Dio del respiro. Duecentoquarantotto sono invece i comandamenti positivi, un poter fare, uno per ogni nostro osso che compone lo scheletro umano.
Bene, Maestro: tra questi seicentotredici comandamenti, qual è il più importante? Che poi quel dottore della Legge bussa alla porta di Dio per chiederne il senso, il significato. Di tutto questo, che cosa rimane veramente, Maestro?
«Tu amerai»: rimane un verbo, coniugato al futuro. E' proprio un maestro. I nostri maestri sono stati coloro che hanno saputo vedere il futuro scritto dentro di noi, e lo hanno saputo tirar fuori. I nostri maestri sono coloro che ci hanno detto quel futuro che ancora non sapevamo scrivere. Solo il Maestro riesce a coniugare al futuro, anche per questi nostri giorni senza futuro. Solo tu riesci a rimettere in moto il desiderio di una speranza, di un domani migliore. Siamo così schiacciati unicamente sul presente, così fermi all'oggi, così pieni di nostalgia per un passato mai avvenuto, che non riusciamo più a coniugare un verbo al futuro. Non riusciamo a dare vita alle generazioni dopo di noi, non come Chiesa, neanche come società. «Tu amerai»: è il gusto e la passione per un domani migliore, è la bellezza di alzare lo sguardo e vedere all'orizzonte un'alba possibile.
Quel futuro è voce del verbo «amare»: un po' mi spaventa questo verbo, non so come viverlo, come coniugarlo. Non so se sia un'illusione dei poeti o dei cantanti, o un dovere che imprigiona. Non so quanto sia un amore sincero, e quanto invece un personale egoismo. Non so se amare sia un bisogno o un valore. Non conosco il limite di quel verbo tra ciò che vuole trattenere per sé, soffocare, e ciò che invece è capace di dono, liberare. «Amare» è un verbo così abusato, come la parola «Dio». Nel nome dell'amore si compie anche tanto male, si ferisce a morte; nel nome di Dio si continua a uccidere.
Un piccolo barlume Lui lo indica a questo verbo. Amerai con tutti i tuoi cuori: con i cuori divisi, con i molti volti, con la polifonia che ti appartiene, amerai nel bisogno e nel valore, nel senso del dovere e nel senso della festa, quando l'amore ti obbliga e quando l'amore ti libera. Amerai anche quando non sentirai più l'amore, anche quando l'innamoramento sarà difficile nei giorni in salita. Amerai con la tua anima, con la tua mente. Amore intelligente deve essere, non emotivo, ma pieno. Un amore di artigiani, capace di permeare la vita in ogni momento: nel lavoro intellettuale, nelle piccole cose di ogni giorno, nella passione, nei rapporti umani e professionali, quando dormo e quando sono sveglio. Un amore intessuto di volti, di mani, di situazioni, di incontri, di scelte: ancorato alla terra, non perso tra i pensieri. Amare queste persone, questa realtà, non un'idea sull'amore.
E il secondo comandamento è come il primo: «il tuo prossimo, lo amerai come te stesso». Il Dio di Gesù Cristo sta nel volto di ogni bambino, di ogni anziano, di ogni uomo, di ogni donna che incontro. Il volto di Dio è nel volto del mio prossimo. Il prossimo vicino a me, non quello lontano: quello che mi sta pestando i piedi, quello che mi infastidisce, quello che non sopporto. Quello di casa, quello lungo il corridoio, quello sul marciapiede, quello seduto nella scrivania a fianco, quello che incontro. Il prossimo mio, come me stesso: c'è quasi un terzo comandamento nascosto. Come se stessi. Sarà mai possibile voler bene agli altri, se non usiamo amore verso noi stessi? Sarà mai possibile vivere l'amore, se non ne abbiamo fatto una carezza interiore? «Perché io sono pietoso», abbiamo ascoltato nella prima lettura.
Un prete ha scritto questa bella preghiera: «Figlio mio, dice il Signore, conosco la tua miseria, le lotte e le tribolazioni della tua anima, so la tua debolezza e le tue infermità, i tuoi cedimenti e i tuoi peccati, ma ti dico ugualmente: dammi il tuo cuore, amami così come sei! Se aspetti di essere santo per abbandonarti all'amore, non mi amerai mai. È il canto del tuo cuore che mi interessa perché ti ho creato per amare. In tutto ciò che vivi, nel fervore o nell'aridità, nella fedeltà o nell'abbandono amami così come sei. E allora ti concederò di amare più di quanto possa immaginare» (Mons. Jean-Joseph Lebrun). Dio, il prossimo, se stessi. Tu amerai. Un senso di futuro, il senso di una vita