| Omelia (25-10-2026) |
| don Alberto Brignoli |
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La Legge non basta. Occorrono i Profeti. Questo capitolo 22 del Vangelo di Matteo che stiamo leggendo ormai da tre domeniche ci sta insegnando innanzitutto una cosa: che bisogna avere un bel coraggio, nel voler mettere alla prova Gesù... eppure, le autorità religiose del suo tempo non demordono! Inizialmente urtate dalla parabola degli invitati a nozze che rifiutano l'invito, provano in tutti i modi a prendersi una rivincita per screditare Gesù di fronte alla gente. Prima ci provano con un tranello sulla politica economica (il vangelo di domenica scorsa, quello in cui i farisei e gli erodiani interrogano Gesù sulla liceità di pagare o meno il tributo ai Romani); poi vengono una decina di versetti che non abbiamo letto nella liturgia domenicale nei quali si presentano i sadducei con l'assurdo caso di una donna sposa di sette fratelli morti uno dopo l'altro, i quali in paradiso (se ci fosse la risurrezione a cui i sadducei peraltro non credevano) potrebbero tutti quanti rivendicarla come propria moglie. E oggi, proprio perché "avevano udito che aveva chiuso la bocca ai sadducei" su questo tema, arriva l'ultimo tentativo di far cadere Gesù da parte della categoria più agguerrita, ovvero i dottori della legge iscritti al partito dei farisei, cioè i più profondi conoscitori della Legge di Mosè (i dottori) appartenenti al gruppo dei più intransigenti e integralisti osservanti della Legge stessa, i farisei appunto. E questo ennesimo tentativo avviene sui fondamentali della Legge: "Maestro (titolo che sa tanto di presa in giro...), nella Legge, qual è il grande comandamento?". Sembrerebbe una domanda banale, perché anche il più piccolo tra i bambini israeliti sapeva rispondere con lo "Shemà Israel", la grande verità di fede del popolo ebraico: "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". Sarebbe come chiedere oggi a un prete: "Scusa, mi sapresti recitare il Padre Nostro?". Ma la domanda è fatta per mettere alla prova, per cui è banale fino a un certo punto: i dottori della Legge, soprattutto quelli appartenenti al gruppo dei farisei, ritenevano che la salvezza passasse attraverso l'osservanza di tutti i 613 precetti della Legge di Mosè. Citarne uno solo, per quanto fosse il più importante, da parte di Gesù voleva dire escludere gli altri e quindi, secondo il loro punto di vista, rimanere fuori dall'ortodossia della fede ebraica. Secondo loro, Gesù avrebbe dovuto saggiamente rispondere: "Tutti i comandamenti sono grandi". Ma Gesù risponde in maniera tutt'altro che banale e ancor meno passibile di condanna. Prima, riporta la grande verità di fede di fronte alla quale tutti i presenti non potevano che inchinarsi; poi fa un aggiunta che li spiazza totalmente: "E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti". Nessuno gliene aveva chiesto conto, eppure Gesù ha voluto far capire che i 613 precetti acquistavano senso in due soli principi: amore a Dio e amore ai fratelli, inscindibili, assoluti, necessari alla salvezza. Talmente necessari che tutti gli altri precetti, senza questi due, non servono a nulla. Non serve a nulla essere uno stretto osservante delle norme, anche le più microscopiche, se poi ci si perde sui principi fondamentali: giustizia, rispetto, amore, fedeltà, sincerità. Cose che la Legge di Mosè, come la vivevano farisei e dottori della Legge, non insegna in maniera esplicita. La Scrittura, però, ne parla: attraverso quella parte della Bibbia che Gesù ricorda ai farisei e ai dottori proprio perché essi la dimenticavano ben volentieri, ossia la parola dei Profeti. "Da questi due comandamenti dipendono la Legge e i Profeti": quei profeti che lungo la storia d'Israele i vostri padri hanno spesso fatto zittire addirittura uccidendoli (non dimentichiamo la parabola dei vignaioli omicidi...) perché ricordavano loro l'importanza dell'amore a Dio e al prossimo ancor prima che l'osservanza della Legge e delle tradizioni. Non per niente, Gesù, sul Tabor, nell'episodio della Trasfigurazione, ovvero l'anticipo della vita nuova del Risorto, appare ai suoi discepoli (la Chiesa nascente) mentre conversa con Mosè ed Elia (Legge e Profeti), e non solo con Mosè. Cosa dice, oggi, a noi, questo episodio? Una cosa fondamentale, talmente fondamentale che spesso la riteniamo scontata e banale: ovvero, che non possiamo dirci credenti in Dio se, oltre ad amare lui, non amiamo anche i nostri fratelli. Non possiamo dirci cristiani se osserviamo tutti i precetti che la Chiesa ci insegna, magari anche attraverso pratiche devozionali e liturgiche impeccabili, e ci dimentichiamo -a volte deliberatamente - di voler bene ai nostri simili. Non possiamo ammazzare la libertà della profezia e il respiro della vita nuova nello Spirito attraverso il rispetto sterile, privo di vita e fine a se stesso, delle tradizioni, per quanto belle possano essere. È sull'amore a Dio strettamente legato all'amore verso il prossimo che il Signore ci mette continuamente alla prova, e molto più severamente di quanto quel dottore della Legge abbia fatto con lui. La nostra fede - ci insegna oggi Gesù - non è fatta di osservanza formale e legalista dei precetti, ma di concreti ed evidenti segni di amore verso Dio e verso il prossimo, anche quando li compiamo attraverso gesti e comportamenti che rompono con la tradizione e proprio per questo diventano "profetici". La fede cristiana non è fatta innanzitutto di norme e comportamenti (anch'essi da praticare) ma principalmente di annuncio gioioso dell'incontro con il Risorto; non è questione di difesa strenua e a oltranza dei privilegi acquisiti e dei valori non negoziabili, ma è accompagnamento paziente e misericordioso, è ricerca comunitaria della verità, è cammino lungo le strade del mondo in compagnia degli uomini e delle donne del nostro tempo senza giudizi e senza condanne, proprio come ci insegnano le vicende dei profeti. La fede, in definitiva, non è un timbro apposto su un certificato cumulativo di battesimo-cresima-comunione e matrimonio cristiano: è amore a Dio e ai fratelli sopra ogni cosa e più di ogni altra cosa. Alla fine del Nuovo Testamento, l'apostolo Giovanni ci ricorderà questa verità di fede definendoci, in maniera brutale, "bugiardi" ogni qualvolta neghiamo amore ai fratelli avendo comunque la pretesa di amare Dio: "Se uno dice: ‘Io amo Dio' e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi, infatti, non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede". |