Omelia (31-10-2026)
Missionari della Via


Gesù fa attenzione, nota come gli invitati sceglievano i primi posti e da un consiglio che intanto ha a che fare con il buon senso: non metterti avanti ad occupare un posto che non è destinato a te, perché potresti fare una brutta figura. Ovviamente il Vangelo va oltre al buon senso: il testo si riferisce anche alle figure autorevoli del tempo, che coltivavano il desiderio di primeggiare e di essere in vista. Diciamo che anche oggi sui primi posti ci giochiamo tanto della nostra vita, e abbiamo tutti un po' questo problema. Spesso essere ammirati e riconosciuti diventa un'ansia della nostra vita, che si esprime spesso non in una forma vanitosa, ma con la pretesa che tutti ci debbano capire, ascoltare, comprendere, accettare. Non si parla solo di ammirazione ma di volersi affermare con tutti e in tutti gli spazi. Accade però che la sofferenza e qualche persecuzione ci fa scendere dal piedistallo, facendoci capire che "non si può piacere a tutti". La più grande presunzione, possiamo dire dittatoriale, è che tutti la pensino come noi e che ci riconoscano. Il nostro diritto ad essere rispettati non equivale ad essere ammirati da tutti. Spesso ci circondiamo di ammiratori o cerchiamo di farci notare da gente potente, che al momento opportuno possa intervenire a nostro favore; ricerchiamo gloria e anche persone glorificate. Tutto rientra nell'ottica del calcolo dei benefici. Ecco, primeggiare è un beneficio per chi si nutre di ammiratori, o di followers. Talvolta mettiamo i poveri e i disabili al primo banco della chiesa, non per cortesia o per dar loro priorità, ma perché la loro presenza ci porta onore, ci fa indicare come brave persone. Ci fu un posto in cui un'autorità parlava sempre dei disabili tramite eventi pubblici che gli portavano ammirazione, poi però durante l'anno i disabili non erano contemplati e anche stringere la mano a un povero gli faceva ribrezzo. Possiamo servirci di tutto e tutti per essere visti, acclamati! Possiamo anche nutrirci di una falsa umiltà che ci fa disprezzare, diminuire noi stessi, così che gli altri ci vengano a rialzare e ci vedano. «Per noi uomini è prassi usuale e sensata invitare a cena a casa nostra le persone amiche, quelle a cui siamo legati da vincoli di affetto e simpatia, quelle che ci inviteranno a loro volta. Oppure invitare persone potenti e autorevoli che interverranno in nostro favore nel momento del nostro bisogno obbedendo a una logica tacita e consolidata di contraccambio, di scambio di favori. Gesù dunque mette in guardia da logiche di do ut des che corrompono i rapporti facendoli uscire dalla gratuità, rendendoli meri rapporti di potere e complicità» (Luciano Manicardi). Quello che Gesù ci insegna è l'umiltà, quella virtù che ci fa stare bene nel mondo e in relazione con gli altri in modo sano e fraterno.

«Se siamo troppo pieni di noi stessi non c'è posto per Dio! Questo Gesù insegna all'attonito fariseo che lo ha coraggiosamente invitato, e a noi. È vero: se ci sentiamo particolarmente speciali e migliori degli altri rischiamo di occupare tutto lo spazio a disposizione... ma anche chi vive nella continua svalutazione di sé, in fondo, occupa tutto lo spazio con una visione negativa. Possiamo essere pieni del nostro ego spirituale, il più difficile da estirpare! Gesù ci suggerisce di crescere nell'umiltà, di vivere con la consapevolezza del limite, senza diventare il gigante dei nostri sogni o il nano delle nostre paure. L'umiltà è un dono e una conquista, un equilibrio che si raggiunge nella consapevolezza e con grande senso dell'ironia. Attenti bene, però: molti pensano di non valere nulla, di essere delle brutte persone e, pensandolo, credono di essere umili... Ma quella non è umiltà, è depressione! L'umiltà è un atteggiamento che richiama la parola che la identifica: l'humus. L'umiltà è una terra feconda che fa crescere gli alberi. Terra: segno di concretezza, senza esagerare, senza scoraggiarsi. Feconda: la consapevolezza dei nostri limiti e delle nostre qualità porta molti frutti!» (p. Silvano Fausti e p. Filippo Clerici)