| Omelia (30-10-2026) |
| Missionari della Via |
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Oggi il Vangelo ci presenta la guarigione di un uomo affetto di idropisia: viveva gonfio e sofferente! La legge prevedeva che di sabato non si poteva guarire, ma sicuramente la sua sofferenza era presente sempre, anche i giorni di festa. Noi sappiamo che quando siamo ammalati non esiste la festa, non viviamo bene le cose che facciamo, perché il dolore e il desiderio di guarire ci occupano il corpo e la mente. Sappiamo bene che molte ore spensierate, e anche annoiate, mancano a chi soffre e vorrebbe fare qualcosa, vivere la vita, passeggiare. Una nostra sorella di comunità si è ammalata gravemente e non può più camminare. Ogni volta che la vediamo ci dice: "io accetto di essere malata, ma l'unico desiderio che ho è camminare!". Pensate come può essere un desiderio di un ammalato, di uno che vede sempre e solo quel muro di fronte, la solita finestra, di chi man mano perde la vista e non vede più nulla, e vorrebbe continuare a vedere, camminare, parlare, ma il suo tempo sfugge mangiato da un male. Come si può pensare che esiste per questa gente un sabato? E soprattutto come si può pensare che Dio non veda il dolore di chi soffre? Questo malato viene posto come esempio, lo mettono in mezzo per chiedere a Gesù se è giusto o no guarire di sabato. Che tristezza! Riusciamo a sapere tutte le regole, ciò che Dio vuole che facciamo o no, ma dimentichiamo di conformarci al suo sguardo e alla sua compassione. L'amore è ciò che caratterizza Dio e il cristiano. «L'amore è così "troppo umano", così profondamente umano, che non può essere solo umano. [...] È troppo forte per essere soltanto una delle umane emozioni. L'amore è così profondamente umano che più di ogni altra cosa testimonia di quelle profondità in cui l'uomo è più di un uomo, in cui l'uomo trascende se stesso. [...] Nell'amore siamo davvero noi stessi» (Tomàš Halík). |