| Omelia (26-10-2026) |
| Missionari della Via |
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I farisei consumavano la vita degli altri, tanto da rimproverare gente sofferente, accusandola di cercare la guarigione in giorno di sabato. Cioè non solo davano la colpa a Gesù per aver guarito, ma anche alla gente perché voleva essere guarita! Gesù, mettendo in luce questo pensiero tremendo dei farisei, li fece vergognare. Quant'è brutta la rigidità che non ci fa accorgere del dolore degli altri! Gesù invece ci insegna la compassione. Uno spirito rendeva una donna curva, poteva guardare solo vero il basso, a terra. È un po' l'immagine di ogni dolore che abbiamo, di tutte quelle fissazioni psicologiche o sofferenze o malattie che ci chiudono in noi stessi. Il dolore ha il potere di afferrare la nostra attenzione, di farsi sentire al punto da far vivere ogni cosa dal suo punto di vista. Molti guardano la vita a partire dal dolore. Perciò Gesù viene a raddrizzare la donna, a darle un'altra prospettiva, non più ripiegata ma veritcale, reale, di speranza. Tante volte andiamo incontro a Gesù ma non facciamo sanare questa parte di noi. Lui diventa solo un antidepressivo momentaneo non colui che raddrizza la nostra vita, donandoci la dignità di figli. È questa dignità che ci dona la forza di dirci cri stiani e di dare la vita per gli altri. «A volte ci dirigiamo sempre e solo verso i nostri problemi, che non mancano mai, e andiamo dal Signore solo perché ci aiuti. Ma allora sono i nostri bisogni, non Gesù, a orientarci. Ed è sempre un cercare il Vivente tra i morti. Quante volte, poi, dopo aver incontrato il Signore, ritorniamo tra i morti, aggirandoci dentro di noi a rivangare rimpianti, rimorsi, ferite e insoddisfazioni, senza lasciare che il Risorto ci trasformi» (Papa Francesco). |