| Omelia (20-10-2026) |
| don Michele Cerutti |
|
Nella notte o Dio noi veglieremo Il Vangelo di oggi non ci parla di un dovere, ma di un segreto d'amore scritto nel buio della notte. Immaginiamo la scena: la festa è lontana, i rumori del mondo si sono spenti e resta solo una casa avvolta nell'oscurità. Dentro, però, c'è una luce che trema e non si spegne. Ci sono cuori che non si lasciano addormentare dalla stanchezza o dalla delusione. Sono i servi che aspettano. Cosa significa, allora, avere le vesti strette ai fianchi e le lampade accese? Significa non farsi rubare il presente. La veste raccolta è l'abito del cammino, di chi è pronto a fare un passo, di chi non si siede sulla nostalgia del passato o sulla paura del futuro. La lampada accesa è la fede che resiste al vento del dubbio, è quel filo di speranza che dice: «Lui tornerà». La poesia di questo brano tocca il suo culmine nel momento del ritorno. Che sia a metà notte o prima dell'alba, il Signore bussa. E qui avviene il miracolo, il capovolgimento di ogni logica umana: il Padrone si fa servo. Colui che è atteso si stringe le vesti ai fianchi, fa accomodare a tavola i suoi fedeli e passa a servirli. Dio non cerca schiavi sottomessi, ma innamorati vigilanti. Cerca occhi capaci di riconoscerlo anche quando cammina in punta di piedi nella nostra notte. E la sua ricompensa non è un premio distaccato, ma è Lui stesso che si dona, che si fa nutrimento, che si inchina davanti alla nostra attesa. Beati noi se sapremo abitare la notte senza paura. Beati noi se la nostra vita sarà una porta socchiusa, pronta a spalancarsi al minimo soffio della sua voce. Perché il Signore non viene per giudicare il nostro buio, ma per trasformare la nostra attesa in una festa senza fine. |