Omelia (25-10-2026)
don Michele Cerutti
Carità per evitare i due eccessi: la filantropia e l'idolatria

La pagina del Vangelo di oggi ci mette di fronte a una scena che purtroppo conosciamo fin troppo bene: la logica della fazione, del trabocchetto, dello scontro. I farisei, sapendo che Gesù ha messo a tacere i sadducei, si coalizzano. È incredibile come l'essere umano, pur di andare contro qualcuno o qualcosa, sia capace di allearsi con il proprio nemico. Gesù, invece, manifesta una capacità unica nella storia: quella di unire gli estremi, di smontare le contrapposizioni per riportare tutti all'unica cosa che conta davvero.
Un dottore della Legge si avvicina a Lui con un intento provocatorio: "Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?". Nella mentalità del tempo, con 613 precetti da osservare, la discussione su quale fosse il più importante era accesa. Si rischiava di perdersi nei dettagli, dimenticando il cuore delle cose.
Gesù risponde unendo due testi della Scrittura che erano ben noti, ma che spesso viaggiavano su binari paralleli: il dono totale a Dio ("Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore...") e l'attenzione viscerale verso l'altro ("Amerai il tuo prossimo come te stesso"). Gesù non crea una classifica, non dice che uno viene prima e l'altro dopo come opzione secondaria. Dice che il secondo è simile al primo.
Qui sta la grande sfida che il Vangelo lancia alla nostra vita quotidiana e alle nostre comunità: l'amore non si può scindere.
A questo proposito, c'è un aneddoto celebre e profondamente umano legato alla vita di Papa Giovanni XXIII. Nei primi tempi del suo pontificato, schiacciato dalle immense responsabilità della Chiesa universale e dalle preoccupazioni per le tensioni nel mondo, il Papa non riusciva a dormire la notte. Una notte, dopo ore di tormento interiore, si alzò per pregare davanti al crocifisso. Sfogò la sua anima davanti a Dio, poi si fermò e, con la sua tipica disarmante semplicità, disse a se stesso: "Giovanni, ma chi governa la Chiesa? Tu o lo Spirito Santo? Lo Spirito Santo? E allora va' a dormire!". Si mise a letto e si addormentò serenamente.
Quel momento di preghiera e di abbandono totale a Dio non fu una fuga dai problemi del mondo, ma l'unico modo per ritrovare la lucidità. Solo lasciando a Dio ciò che è di Dio, Papa Giovanni poté liberare il cuore dall'ansia e spendersi il giorno dopo, con totale gratuità, amore e sorriso, per ogni singola persona che incontrava.
Se noi pensiamo di amare Dio da solo, chiudendoci in una fede intimista, fatta solo di devozioni e di sguardi rivolti al cielo, rischiamo di cadere nell'idolatria. Creiamo un Dio a nostra immagine e somiglianza, un anestetico per le nostre coscienze che ci tiene lontani dalle fatiche della storia. Un amore per Dio che non si sporca le mani con il fratello è un'illusione.
Allo stesso tempo, però, se pensiamo di amare il prossimo da solo, riducendo la Chiesa o la nostra vita a una pur bellissima agenzia di servizi, a una filantropia sociale o a un attivismo esasperato, rischiamo di svuotarci. Se tagliamo il legame con la sorgente, che è l'amore di Dio, la nostra spinta prima o poi si esaurisce. Diventiamo funzionari del bene, spesso nervosi e delusi.
Chi agisce nel mondo ha bisogno della preghiera. Come ci ricordano spesso i Santi, "chi prega non spreca il suo tempo". La preghiera non ci distoglie dai doveri quotidiani, ma ci dà gli occhi di Dio per guardare chi ci sta accanto - non come un peso o un dovere, ma come un fratello. Il prossimo non è solo chi fa parte del nostro clan o della nostra cerchia; prossimo è il forestiero, l'orfano, la persona sola della porta accanto.
In questa domenica, allora, chiediamo al Signore la grazia dell'unità interiore. Chiediamogli di non fare a pezzi il Suo comandamento. Che la nostra preghiera diventi spinta per la carità, e che la nostra carità ci riporti sempre a ringraziare e ad adorare la Sorgente di ogni amore.