| Omelia (18-10-2026) |
| don Andrea Varliero |
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Tra anime pure e mani sporche Tiene tra le mani una moneta. È una moneta romana, porta come effigie il volto dell'Imperatore Tiberio Giulio Cesare Augusto; porta inscritta una dedica lungo la sua circonferenza: «Divo Augusto», al Dio Imperatore, all'Imperatore che è Dio. Quella moneta non può entrare nel Tempio, nessuna divinità pagana può essere presente nel luogo sacro del Santo dei Santi; per questo deve essere cambiata prima di entrare, l'offerta deve essere fatta con altre monete senza volto. Tra le mani tiene un dilemma, una domanda che gli costa la vita; qualsiasi sia la risposta, sarà quella sbagliata. Se risponde «sì»: occorre pagare il tributo a Cesare, che razza di liberatore è? Che Messia è, se dobbiamo continuare a pagare come schiavi al soldo di Roma? Se getta via quella moneta, se risponde «no»: ecco uno che non sta alle regole, un rivoluzionario come tanti ne sono apparsi sulla scena del mondo, che hanno incendiato le masse come una stella cometa, ma poi tutto è ritornato come prima. Che Messia è, se ci promette una libertà impossibile? E io gli voglio bene, gli voglio ancora più bene. Non vuole stare né a destra né a sinistra, né tra il reazionario né tra il rivoluzionario. Lui non ci sta: rilancia e capovolge il mondo e il cuore dell'uomo, come solo i geni e i liberi interiormente sanno fare. Rilancia. E al verbo «dare», pagare, sostituisce il verbo «restituire». Restituisci a Cesare, restituisci a Dio. La mia, la nostra vita, declinata come un restituire. E allora scorro tra le righe del diario e rileggo di una vita piena di debiti: è la mia. Sono in debito verso i miei genitori, la mia famiglia. Sono in debito verso la Scuola, verso i miei insegnanti. Sono in debito verso il Sistema Sanitario Nazionale, verso il Bene pubblico. Sono in debito verso la Cultura e la Scienza, verso le strade e la città, verso i servizi e le persone. Sono in debito verso la Chiesa, verso questa comunità. Restituire: ne va della vita. E se Cesare è un ladro e ruba, e se Cesare è un furbo, e se Cesare è un dittatore, e se Cesare ci sta calpestando e umiliando? Allora gli restituirò una coscienza, soprattutto non me ne starò fuori dal mondo. Anzi. Lo abiterò ancora di più, restituendogli il mio pensiero, la mia etica, il mio modo di esserci. Occupati delle anime, prete! Lascia la politica ai politici, non immischiarti, prete! Occuparsi delle anime o difendere i diritti? Fare politica o salvare anime? È la stessa moneta lanciata in aria dal Vangelo di oggi, la stessa moneta gettata nella piazza del mondo. È la stessa domanda per questa nostra Chiesa, in bilico tra una organizzazione non governativa e una casa di angeli fuori dal mondo. Come rispondere, tra le anime pure e la politica sporca? Guardando a Lui, uomo che ha Dio nel sangue. Guardando a Lui, Dio innervato di umanità. Rispondo con il verbo «restituire»: non sentenze o frasi di circostanza, non bei pensieri che trovano sbadigliati consensi, ma parole che costano fatica, parole che grondano sudore. Parole che costano una vita intera, altrimenti è meglio tacere. Noi cristiani siamo politici, perché la città è necessaria alla salvezza delle anime; perché le anime non sono di vento, ma sono la struttura stessa, il ferro ritto che sostiene la nostra vita. Non siamo partitici, non tifiamo per un partito o per l'altro, ma siamo politici: ci sta a cuore la città degli uomini, perché in essa vi è la città stessa di Dio. Anche se sappiamo che non apparteniamo fino in fondo alla città, stranieri alla terra. Restituire: verbo che sa di impegno, di presenza, di gratitudine. E restituirò a Dio quello che a Dio appartiene: uomini e donne, bambini e anziani, confratelli. Non mi appartengono, non ci appartengono. Restituire a Dio le persone è l'esercizio spirituale più bello che possiamo vivere, lasciar filtrare Dio tra noi e loro. Vivo in un secolo che ha dimenticato completamente la parola «Dio», sostituita da un altro vocabolo, «denaro». Fino al secolo scorso, grazie alla parola Dio coniugavamo politica, guerra, arte. Oggi, possiamo facilmente coniugare quelle stesse parole con la parola «denaro». Restituire a Dio: per non avere più impresso nel cuore il volto del Dio denaro, ma quello del Dio uomo. Ipocriti. Maschere. Scrive Luigi Pirandello che: «Nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti». A Lui proprio quella maschera non andava giù. Perdonava prostitute, ladri, assassini, farabutti, voltagabbana, traditori, ma le maschere ipocrite proprio no. Giù la maschera: incontra il tuo volto, anche se sofferto, perché è volto di Dio. Restituire. A Cesare e a Dio. Perché un debito di gratitudine immenso possa essere rimesso in circolo. |