| Omelia (13-10-2026) |
| Missionari della Via |
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La convivialità è uno spazio rivelatore! Mangiare insieme è un gesto intimo che fa emergere ciò che abbiamo nel cuore, anche le nostre manie, le nostre antipatie, le nostre pochezze. Allo stesso tempo è un momento in cui si capisce chiaramente se ci vogliamo bene o se tutto è una caricatura dell'amicizia o dell'ospitalità. A tavola si sente come stiamo. Per questo alcune persone non vogliono mettersi attono a tavola neanche in famiglia: lì i problemi si sentono. Nella comunità chiediamo spesso alla gente di condividere la tavola, perché è proprio intorno a una mensa che diventiamo fratelli e sorelle. Gesù si fa pane per noi proprio attorno a una mensa e ci dice, "venite e prendete"! Nel gesto intimo di mangiare, di condividere si impara ad essere fratelli che mangiano un solo pane e ci si rivela gli uni agli altri. La tavola, la festa della tavola, è perciò un momento sacro per i cristiani. Attorno alla tavola Gesù offre l'amicizia condivisa anche ai farisei, ma quel momento, che avrebbe potuto essere un banchetto sereno, un'occasione di incontro e di ascolto reciproco, si trasforma invece in un terreno di scontro. La convivialità rivela il cuore, mette in luce anche ciò che è ferito Davanti alla libertà di Gesù, i farisei non riescono a lasciarsi raggiungere. Tutte le rigidità dei farisei si esternano: loro pensano di essere giusti, di vedere le cose nella maniera assoluta, non sanno stare insieme agli altri senza misurare tutto con i loro criteri. Oh, se Dio facesse così con noi! A cosa ci serve osservare tutte le regole e fare le cose per bene se non sappiamo voler bene? È come pulire un bicchiere solo all'esterno. Una persona che bada solo all'osservanza esterna e coltiva rigidità è una persona che perde l'interiorità sua e degli altri. Se passo il tempo a giudicare superficialmente le persone in base a me, se sono più o meno il modello che io ritengo giusto, come farò ad accogliere il loro mistero, la loro parte più intima, le loro ferite? Come potrò accorgermi della presenza di Dio se sono pronto a giudicare l'esteriore ma non ho mai imparato a scorgere l'interiore? Di solito le persone così rigide non trovando perfezione la idealizzano su qualcuno, diventando vittime della loro rigidità. Dio invece si muove nel silenzio, nelle cose nascoste, non appariscenti. Non puliamo anche noi l'esterno del bicchiere quando le nostre comunità cristiane sono fatte di gente che cerca di apparire buona ma guarda gli altri con giudizio e rigidità? Non puliamo anche noi l'esterno del bicchiere ogni volta che misuriamo gli altri rispetto all'osservanza esteriore di qualche precetto e non con amore cristiano? Anche noi spesso pensiamo di essere la versione migliore della parrocchia, il cristiano modello che segue regole, il prete obbediente che segue le direttive, la suora dell'anno... Ecco perché a questa nostra rigidità Gesù risponde: "date in elemosina ciò che avete dentro". È un modo per dirci: donati con amore, mostra ciò che hai nel cuore, fatti guarire, manifesta i tuoi talenti, le tue ferite, ciò che sei; non passare il tempo a lucidare l'esterno a imparare tecniche per risultare perfetto senza lavorare nel tuo cuore. Solo così potrai veramente accogliere il dono che l'altro ti porta e scorgere la presenza di Dio. «Il Signore non ha timore di denunciare l'inutilità di certe forme religiose quando diventano fini a se stesse e non a maturare una maggior attenzione e sensibilità nei confronti dell'altro. Il pericolo delle forme esteriori, con cui cerchiamo di sentirci buoni e diversi dagli altri, è che l'apparenza diventi il luogo di maggiore rilevanza ai nostri occhi, a svantaggio del cuore delle persone e delle situazioni con cui siamo coinvolti. Attraverso questo duplice richiamo, oggi, le Scritture ci chiedono di verificare lo stato di salute dei segni con cui cerchiamo di restare in rapporto con Dio, con gli altri e con le cose. La libertà cristiana è una condizione di vita e di apertura interiore in cui possiamo imparare a restare solo nella misura in cui siamo disposti a dare quello che siamo realmente, e non quello che gli altri desiderano o si aspettano da noi» (p. Roberto Pasolini). SAN ROMOLO: SANREMO San Romolo fu vescovo di Genova nel V secolo. Di lui non possediamo molte notizie certe: la sua unica biografia, anonima, risale al X secolo. Eppure, attraverso le poche tracce giunte fino a noi, emerge il ritratto di un uomo di grande bontà, capace di ricomporre conflitti e di portare pace dove regnavano discordie. Ogni volta che vi erano attacchi da nemici, carestie, calamità varie, gli abitanti si recavano in pellegrinaggio presso la grotta dove viveva, chiedendo la protezione del Signore. Alla sua morte, il suo corpo fu sepolto nella città, ai piedi di un piccolo altare usato per le prime celebrazioni cristiane e qui venerato per molti anni. Intorno all'anno 930, per proteggere le reliquie di san Romolo dalle continue incursioni saracene che minacciavano la costa ligure, il suo corpo venne trasferito a Genova e deposto nella cattedrale di San Lorenzo. Nel frattempo, a Villa Matutiae - l'antico nome di Sanremo - la memoria del santo continuava a crescere. A lui venivano attribuiti numerosi prodigi, soprattutto legati alla difesa della città dagli attacchi dei Saraceni. Per questo, nell'iconografia locale, San Romolo appare spesso vestito da vescovo e con una spada in mano: segno della sua protezione e del suo coraggio pastorale. La traslazione del corpo fu l'occasione per i matuziani di edificare, nel luogo della sua sepoltura originaria, una piccola chiesa. Quell'edificio, ricostruito nel XII secolo e più volte rinnovato, è oggi la concattedrale di San Siro. La devozione verso il santo era così forte che, alla fine del X secolo, nel 980, gli abitanti decisero di cambiare il nome del paese in Civitas Sancti Romuli. Nel parlato quotidiano, però, il nome veniva abbreviato in San Romolo (San Roemu nel dialetto locale), forma che nel Quattrocento si trasformò nell'attuale San Remo. Il luogo dove il santo si era ritirato negli ultimi anni, ai piedi del Monte Bignone, porta ancora oggi il suo nome: San Romolo. La grotta in cui visse - la bauma - è stata trasformata in una piccola chiesa, protetta da una grata, e custodisce una statua che raffigura il santo morente sopra un altare barocco. È un luogo di silenzio e memoria, dove la fede popolare continua a respirare. Il Martirologio Romano lo ricorda il 13 ottobre con queste parole: «A Sanremo sulla costa ligure, deposizione di san Romolo, vescovo di Genova, che, pieno di ardore apostolico, morì mentre si recava in visita presso le popolazioni rurali.» |