| Omelia (18-10-2026) |
| don Michele Cerutti |
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Il Vangelo di questa domenica ci mette davanti a un tranello ordito con grande astuzia. Farisei ed erodiani, due gruppi che normalmente non si sopportavano e non andavano d'accordo, oggi si alleano per un unico obiettivo: cogliere in fallo Gesù. Gli si avvicinano con parole piene di finta stima e gli rivolgono una domanda che sembra non avere assolutamente una via d'uscita: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Capite bene l'inganno: se Gesù risponde di sì, passa per un collaborazionista degli occupanti romani, un traditore del popolo eletto; se invece dice di no, può essere immediatamente denunciato al governatore come un ribelle all'impero. In ogni caso, è spacciato. Ma Gesù non si lascia ingabbiare dalle nostre logiche umane, fatte di schieramenti ideologici, di bianco o nero, di fazioni politiche. Chiede che gli mostrino la moneta del tributo e domanda: «Di chi è questa immagine e l'iscrizione?». Rispondono: «Di Cesare». E qui arriva la parola profonda, quella che spiazza tutti e ribalta la prospettiva: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Spesso, cari fratelli e sorelle, noi interpretiamo questa frase come una netta e fredda separazione: la politica e lo Stato da una parte, la religione e la Chiesa dall'altra. Ma Gesù sta dicendo qualcosa di molto più intimo e radicale. Ci sta dicendo: sulla moneta c'è la faccia dell'imperatore, ed è giusto restituirgliela per la vita civile e le regole sociali. Ma su di te, sulla tua vita, sulle tue scelte, sul tuo cuore, di chi è l'immagine impressa? Tu appartieni a Dio. Fin dalla Genesi ci viene detto che l'uomo è stato creato a Sua immagine e somiglianza. A Cesare, al mondo, appartengono le cose materiali, il metallo, il successo, la burocrazia, ma l'essere umano, nella sua dignità più profonda, appartiene interamente al Signore. Il cristiano cammina nel mondo con i piedi per terra ma con il cuore in Cielo. Sa essere un buon cittadino, rispetta le leggi, paga le tasse e lavora per il bene comune, ma non si vende a nessun potere umano. Non permette a nessuno di calpestare la propria anima o quella dei fratelli. A questo proposito, per capire come questa Parola non sia una teoria astratta ma vita vissuta, ci viene in aiuto un bellissimo episodio storico della vita di un gigante della terra piemontese, San Giovanni Bosco. Siamo a Torino, nell'anno 1854. Il governo dell'epoca stava per varare delle leggi molto dure contro la Chiesa, le cosiddette leggi di soppressione degli ordini religiosi. In quel periodo, Don Bosco era costantemente senza un soldo, tormentato dai debiti e dagli esattori delle tasse, tutto proteso a cercare di sfamare e vestire le centinaia di ragazzi poveri che affollavano l'oratorio di Valdocco. Una mattina si presentò all'oratorio un alto funzionario del Ministero. Si mise a tavolino con il santo, aprì una borsa di cuoio pesante e tirò fuori una sfilza di luccicanti marenghi d'oro. Disse a Don Bosco: "Il governo conosce il valore del vostro lavoro con i giovani. Il Ministro vi manda questo generoso sussidio in denaro per pagare i vostri debiti e comprare il pane. Ma, in cambio, vi chiede solo una piccola firma: un vostro parere favorevole, espresso pubblicamente, sulla nuova legge dello Stato riguardo ai beni della Chiesa". Don Bosco guardò quelle monete d'oro. Con quel denaro avrebbe risolto ogni problema per mesi. Prese in mano uno di quei marenghi, osservò l'effigie del re impressa sul metallo, e poi la rimise nella borsa. Guardò l'emissario del governo e, con fermezza e un sorriso sereno, rispose: "Caro signore, dite al signor Ministro che io lo ringrazio. Io pago le tasse allo Stato, insegno ai miei ragazzi a essere onesti cittadini e a rispettare le autorità, e se il governo vuole fare un'offerta pulita per i poveri, la accetto a mani giunte. Ma la mia firma e la mia parola non sono in vendita. Su queste monete c'è la faccia del re, e appartengono a Cesare. Ma sulla mia tonaca, sulla mia missione e sulle anime di questi ragazzi c'è l'immagine di Dio. Non userò il denaro di Cesare per tradire la Chiesa di Dio. Riponete pure l'oro nella borsa: alla pancia dei miei figli ci penserà la Divina Provvidenza". Ecco, cari fratelli e sorelle, la sintesi del Vangelo. Don Bosco non ha evaso i doveri del mondo, ma si è ricordato a chi apparteneva la sua dignità profonda. Oggi la Parola di Dio ci interroga concretamente. Nelle nostre giornate, nelle nostre fatiche in famiglia, sul lavoro o nei momenti di sofferenza e fragilità in cui rischiamo di sentirci svalutati, a chi stiamo dando il nostro cuore? Cediamo i nostri pensieri all'ansia del fare, al denaro, al giudizio del mondo - lasciando così che sia Cesare a metterci il timbro sopra - oppure ci ricordiamo che siamo proprietà di un Dio che ci ama e che ha impresso in noi il Suo volto? Chiediamo oggi la grazia di riscoprire quale immagine portiamo dentro. Quando vi guardate allo specchio, ricordatevi: voi valete il sangue di Cristo, non il metallo di una moneta. Restituiamo a Cesare ciò che è suo, ma restituiamo a Dio la nostra vita, i nostri affetti e la nostra speranza. E così sia. |