| Omelia (11-10-2026) |
| don Andrea Varliero |
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L'abito più bello L'isola dei vestiti. Il deserto dei vestiti. La città dei vestiti. In Cile, ad Atacama, un intero deserto è ricoperto da montagne e montagne di abiti, tessuti per lo più di poliestere, plastica, che le grandi catene della moda producono a dismisura. Tonnellate su tonnellate di vestiti che i nostri armadi non riescono più a contenere. Intere città discariche di abiti in Ghana, a Dandora, e in Kenya, a Nairobi. Un costo ambientale impossibile da sostenere, uno tra i più grandi fattori inquinanti di questo mondo: lo spreco dei vestiti. Segno del nostro tempo: non indossiamo più nulla, confondendo la qualità con la quantità. Consumiamo, senza godere. Abbiamo, senza essere felici. Accumuliamo, senza stile. L'idolo della quantità ha chiesto in sacrificio la qualità della vita. «Non se ne curarono». Non se ne curò del vestito che indossava: è entrato in quella festa come se niente fosse, non credendo affatto che ci fosse qualcosa di bello da vivere in quella sala. È entrato indossando il suo solito impermeabile, il peggiore tra gli abiti, quello dell'in-differenza. Stare lì o da qualche altra parte, poco sarebbe cambiato. Ha indossato la peggiore tra le vite: quella di non credere ad un Dio capace di fare festa con noi, di vivere il nostro stesso desiderio di felicità. Quella di sbagliarci su di Lui, facendone un aguzzino o un castigamatti, una sentenza ad ogni piè sospinto. Quell'immagine così forte accende in me un desiderio: quello di aprire l'armadio, di riprendere a indossare l'abito della festa. Di dire che non è lo stesso, che posso danzare con Lui e farne una sala di nozze, curata e custodita. Anche quando non ho niente per cui festeggiare, anche quando non ne ho più desiderio. Anche quando sono duri i distacchi, pesanti gli incroci e le strade della vita. «Non se ne curarono» neanche i primi invitati. Quanti inviti mancati, quante giustificazioni lastricate da buone ragioni, quante scuse per mancare alla festa. Ho ben altro da fare, altre sono le priorità. Dio che muore dalla voglia di incontrarci, e noi altrove. Fosse anche una cosa lecita, ma pur sempre altrove. Il cuore altrove, in-differenti. Questa indifferenza brucia, uccide, mette alle fiamme una città intera; questa in-differenza ci addormenta sull'ambiente, sulla guerra, sulla libertà, sullo sfruttamento, sui potenti che stanno giocando sporco, sul diritto calpestato. Lo vivo sulla mia pelle: il contrario dell'amore non sta nell'odio, che è la stessa ossessione capovolta, ma l'in-differenza. «Non se ne curarono»: ecco l'inferno, l'in-differenza. Indifferenti che falliscono sulla fede: per gli uni è un triste dovere, per gli altri un superficiale piacere. Ma la fede non è un dovere, è una scelta. La scelta di chi si lascia amare, e comprende che non può esistere amore forzato. Allo stesso tempo la fede non è un piacere, cioè non è una cosa sentimentale. La fede è gioia, non emozione. E la gioia, lungi dall'essere un'emozione, per noi cristiani è un volto, il suo Volto. Al centro vi sta una festa di nozze. Un attimo di felicità. Il volto di uno sposo, di una sposa, direi anche la loro apprensione a che tutti possano partecipare alla loro gioia. Che nessuno manchi, che non ci siano posti vuoti dovuti a liti familiari, a cose vecchie. La gioia di una festa preparata in ogni minimo dettaglio, il gioco bello della Liturgia. La gioia di dire che è domenica, che per Lui tiro fuori e indosso l'abito migliore. Quell'abito che mi fa sentire bene, quello che mi fa percepire migliore quando mi guardo allo specchio. Quello che genera un complimento sincero a chi sta accanto a me. Quello che fa iniziare la festa, ancora prima di uscire di casa. L'abito del cristianesimo è differente: non è strappato, cerca di tenere unite tutte le differenze. L'abito è ricamato con attenzione e con cura, è prezioso. Il ricamo è fatto da quel sarto ascoltato nel profeta Isaia: quel sarto asciugherà le lacrime dai nostri volti. Non è costoso, ma è di valore inenarrabile. L'abito non vive la fretta di essere consumato e gettato via, ma è sempre attuale, dura una vita intera. L'abito dice che ho voglia di stare meglio, di fare festa con gli amici. Qual è il nostro abito più bello? Forse lo è perché c'è una storia, un momento essenziale, delle persone scritte in quell'abito. L'abito più bello che possiedo è la casula indossata alla prima Messa, ventidue anni fa. una casula bianco caldo e argento. La ricamò un'anziana signora, ne fece preghiera per due mesi: un antico ricamo di fili d'argento di fine Ottocento fu riportato su seta e lana, ricco di una storia e di un artigianato. L'abito fa il monaco, eccome! «Tutto posso, in Colui che mi da la forza», grida San Paolo nella seconda lettura: posso intonare Dio come uno sposo, come una festa, come una gioia differente. |