| Omelia (11-10-2026) |
| padre Gian Franco Scarpitta |
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A festa, ma per chi vuole andarci Nella "vigna del Signore", che è il popolo di Dio, questi che ne è il padrone indomito e assoluto (il re), invita tutti quanti alla gioia e alla salvezza. Nella vigna si lavora tutti come si diceva nelle trascorse liturgie domenicali; tutti ci si affatica ciascuno con la propria, ma ciascuno riceve sempre il proprio compenso e a volte anche il premio proporzionato alle fatiche. Non è raro che un lunghissimo lavoro, che ha comportato mesi di fatica, impiego di mezzi e tanta ansia e sopportazione, venga alla fine coronato con un bel pranzo per tutti coloro che vi hanno cooperato, operai e dirigenti. Non si può infatti non mostrare almeno un atto di attenzione e di riconoscenza verso coloro che, non senza sacrificio e difficoltà e a volte rischiando, si sono prodigati per realizzare un'opera che tanto desideravamo. Questo è ancora più garantito per chi lavora nella vigna del Signore (appunto il popolo, la Chiesa), Coloro che si mostrano fedeli e creativi, oltre ai doveri godono anche di benefici e ricompense, prima fra tutti la Festa che risiede nella stessa comunione con il Signore, la gioia di appartenere a lui e di vivere la comunione piena con lui, per guadagnare finalmente la vita e l'eternità. Il Padre invita tutti, buoni e cattivi, a questo banchetto, che già Isaia descrive di grasse vivande e di vini eccellenti, perché "vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità (1Tm 2, 4). La verità è Dio stesso che ci si rivela e ci chiama alla comunione con sé e di conseguenza alla vira piena e a trasformare la speranza nella certezza che siamo salvati già nella comunione con lui che si dà specialmente ne suo Figlio Gesù Cristo. C'è un altro termine di paragone: il Padre colloca al centro un festeggiato che è il suo Figlio che si sposa. E la sua sposa è proprio la Chiesa, noi tutti battezzati che viviamo radicati in lui e che partecipiamo della sua opera e della sua redenzione. Non siamo quindi semplicemente invitati a festa di nozze: tutti quanti, come comunità di redenti che operano nella "vigna", siamo la "sposa" di Cristo Figlio del Padre. Emerge un dato tanto assurdo quanto allarmante dalle parole del re che imbandisce l'invito a festa: gli invitati non sono degni, perché rifiutano il convito. Assurdo e inverosimile che si possa rifiutare una convocazione per ina festa di nozze, che in epoca giudaica non si riduceva a un solo giorno, eppure tanti reagiscono con il netto e radicato diniego. Cioè con la ripulsa della festa della comunione del Signore e della gioia della salvezza. Come già la volta scorsa, ci poniamo la domanda: vogliamo noi accogliere un tale invito alla gioia piena e alla lietissima Festa? Siamo cioè convinti che la vera gioia del banchetto è il vincolo di unione con Cristo e fra di noi; che è festa ogni qual volta che ci si impegna nella fedeltà a Dio secondo Gesù Cristo; che la gioia consiste nel dare anziché nel ricevere, nell'amore che toglie la parola ad ogni prospettiva di male? Siamo conviti che solo la fede, la speranza e la carità, vissute nella concretezza dei rapporti fra di noi e con il Figlio, ci conseguono davvero la gioia senza fine? Come dice un vecchio aforisma, siamo chiamati a vivere con i piedi per terra e gli occhi rivolti verso il cielo, impegnati costantemente ad edificare questa vita per conseguire poi il paradiso che ci è stato promesso e che è oggetto di speranza. Intanto però siamo invitati a vivere l'anticipazione di questo paradiso già su questa terra, nella concretezza della vita secondo Dio. Quindi nella radicalità di fedeltà a lui, nella carità operosa attraverso opere di edificazione vicendevole, che contrassegnino che davvero l'eternità è già in mezzo a noi. La vita eterna la si trova nella dimensione di lassù, ma in questo frattempo siamo chiamati a "cercare le cose di lassù"(Col 3, 1 - 4) per testimoniare che siamo davvero risorti con Cristo. In parole povere a vivere il paradiso già su questa terra arrecando frutti significativi di amore, giustizia, solidarietà, condivisione. Celebriamo in questi giorni San Carlo Acutis, fedelissimo testimone gioioso di fede e della carità nell'era digitale, proprio nel complicatissimo tempo in cui l'elettronica e l'intelligenza artificiale minacciano di sovrastarci; ma proprio questo giovane, accanto ad altri moniti attuali di santità e di perfezione, ci ragguagliano del fatto che è possibile cercare le cose di lassù mentre il mondo vorrebbe sprofondare negli abissi. Configurarsi a Cristo, comportarsi come lui si è comportato (1Gv 2, 6) ed essere irreprensibili è l'unica modalità per renderci credibili agli altri e per edificare questa vigna, ottenendo in essa la gioia e la letizia qui e ora oltre che domani è lassù. L'abito nuziale, che il re si aspetta che tutti i convitati indossino, consiste proprio nella rettitudine morale, nella coerenza, nell'impegno e nella perseveranza nel bene. Mancare a tutte queste prerogative ci autoesclude dalla Festa e ci preclude la gioia e la felicità che ci era stata predisposta e verso la quale tutti siamo diretti. |