Omelia (06-10-2026)
Missionari della Via


"Marta, Marta, tu ti affanni"! Possiamo dire che è questo il cuore di questo Vangelo, non il servizio di Marta che potrebbe sembrare inferiore alla contemplazione di Maria, ma l'affanno. Il cuore di tutto è quella condizione di chi fa troppo per riempire un vuoto, di chi opera continuamente per non fermarsi a guardarsi dentro. Gesù non rimprovera Marta perché serve ma perché si perde nel fare, dimenticando per chi sta facendo. Si affanna per cose che lei decide siano giuste e non si confronta né con la sorella, della quale si lamenta e né con Gesù; anzi, in Lui cerca un appoggio alla sua visione del "fare". A volte, come Marta, anche noi siamo immersi tra comunità, giovani, viaggi, impegni, lavoro, incombenze familiari e rischiamo di "correre" e perdiamo la motivazione. Eppure il Signore ci ripete con tenerezza: "Una sola cosa è necessaria: resta con me. Il resto verrà". Guardare gli uccelli del cielo e i gigli del campo, dice Gesù (cf Mt 6,25‑34), per educarci a stare nella realtà senza affanni, sapendo che il mondo non si regge sulle nostre spalle.

«Verso Marta va spesso la nostra simpatia perché la sua esperienza è stata, è o sarà, un giorno o l'altro, anche la nostra. Quando ci sentiamo persone sulle quali tutto poggia, dedite, a ciò che fanno, disponibili. Ma anche persone per le quali gli altri sono indispensabili: perché abbiamo bisogno dello sguardo e della comprensione degli altri. Marta è l'individuo che, in ciascuno di noi, esiste attraverso quello che fa e per quello che fa. Abbiamo tutti un'immagine di noi da difendere, un posto nella famiglia, nella società, nella comunità, nella chiesa, da occupare. E desideriamo che coloro che ci circondano accettino quel posto, accettino quell'immagine che abbiamo di noi o che vogliamo dare di noi. La sofferenza nasce evidentemente quando ciò che siamo o che vogliamo essere, ciò che facciamo o che diciamo, sembra incontrare l'indifferenza, il fastidio, il rifiuto. La domanda allora è: come vogliamo essere guardati e quindi come vogliamo essere amati? Possiamo dire che Marta in fondo è libera, è libera di rivelare la sua verità profonda, di alzare la sua lamentela, il suo disappunto per essere lasciata sola proprio là dove lei ritiene sia importante esserci e fare. Non nasconde la sua irritazione, quell'irritazione che è come una catena e può trascinare reazioni che sfociano in conflitti. E Gesù la accoglie così, semplicemente chiamandola per nome. Gesù, di cui finora non abbiamo sentito la voce, ora, chiamato a "dire", prende la parola anche con Marta» (Elisa Zambone).