Omelia (04-10-2026)
don Alberto Brignoli
Padroni di che cosa?

Per comprendere meglio il Vangelo di oggi, dobbiamo fare un'operazione di riassunto delle puntate precedenti come si fa nelle serie televisive, perché abbiamo a che fare con l'ultimo capitolo di quella che potremmo definire "la Saga della Vigna", nella quale troviamo una costante sempre presente, ovvero un padrone alle prese con la sua vigna. Due domeniche fa, il padrone dovette uscire parecchie volte, nell'arco della giornata, a cercare qualcuno che volesse andare a lavorarci. Pare non sia stato facile trovare operai: del resto, se la fama di onestà di quel padrone era tale per cui tutti sapevano che avrebbe pagato un bracciante per dodici ore di lavoro tanto quanto uno che avrebbe lavorato solo un'ora, difficilmente sarebbe riuscito a trovare dei "fessi" disposti a farsi fregare in quel modo... I suoi stessi figli non è che fossero poi così entusiasti, domenica scorsa, di andare a lavorare in quella benedetta vigna: al suo invito, uno gli dice subito di no, e anche se alla fine, pentito, ci va, la reazione iniziale non proprio entusiastica la dice lunga; quell'altro è un po' più furbo, perché, pur sapendo già che non ci sarebbe mai andato, per non fare la figura del disobbediente dice subito di sì, ma poi sappiamo bene come va a finire.
Finalmente, oggi, questo padrone riesce a trovare dei contadini affittuari ai quali dare in concessione una vigna a lui tanto cara, vista la passione che ci ha messo nel realizzarla e nel prendersene cura, con tutta una serie di strutture - siepe, torre, torchio per pigiare subito dopo la vendemmia - che ne fanno un'eccellenza. Ovviamente, gli investimenti fatti in questa vigna si vedono al momento della vendemmia, che tuttavia si rivela essere un momento drammatico, fatto di violenze culminate con l'uccisione dell'erede.
Pur nella diversità delle vicende narrate, c'è un insegnamento comune che fa da trait d'union fra queste tre parabole, ed è il fatto che di questa vigna nessuno può pensare di fare quello che vuole, perché nessuno ne è padrone, se non Dio: non lo sono gli operai della prima ora, che pretendono di essere trattati con un occhio di riguardo, quasi la vigna appartenesse a loro; non lo sono i due figli, che pensano di poter trattare la vigna a loro piacimento, andandoci o non andandoci come e quando pare opportuno a loro; non lo sono i contadini affittuari, che nel loro cuore se ne impadroniscono talmente tanto da giungere al punto di sterminare chiunque si opponga a questo loro progetto, foss'anche l'erede della vigna.
In fondo, siamo tutti operai del Regno di Dio, ma non ne siamo padroni; siamo operai della vigna del Signore, ma non ne siamo proprietari: e ciò che più dovrebbe aiutarci a riflettere e a farci comprendere questo è che nemmeno Colui che avrebbe tutto il diritto per dirsi signore e padrone del Regno - Gesù Cristo - si è comportato come tale, perché invece che comportarsi da erede e padrone si è comportato da servo. Se nemmeno Cristo arroga a sé il diritto - peraltro legittimo - di essere padrone di questa vigna che è il Regno di Dio, che pretese può avanzare l'uomo, in questo senso? Se il Figlio di Dio accetta la sfida di essere simile agli uomini al punto da correre il rischio di essere trattato come un servo qualsiasi, disprezzato fino al punto di venire ucciso, che pretese abbiamo noi uomini, semplici vignaioli, di sentirci superiori a lui tanto da eliminarlo dalla nostra vita, con il semplice intento di impadronirci di un Regno che nostro non sarà mai?
Molti cristiani, ancora oggi, vivono la fede in Gesù come un privilegio dato a pochi, più che un servizio in favore di tutti. A partire da noi del clero, fino ai laici impegnati a svolgere un incarico in una comunità, il rischio di sentirci "padroni" più che "servi" della vigna del Signore è sempre in agguato e ci riguarda tutti. Quante volte anche noi rischiamo di cadere in questo errore, senza il bisogno di arrivare a commettere alcun delitto né cose oggettivamente gravi!
Quante volte ci sentiamo così gelosamente depositari delle verità di fede da disprezzare i nostri fratelli che non credono o che fanno fatica a riconoscere Gesù; quante volte crediamo di essere bravi solo noi, e imponiamo agli altri il nostro modo di vivere la fede al punto di ritenere gli altri "cristiani di poco conto"; quante volte ci impossessiamo di un incarico o di un servizio all'interno della comunità come se fosse una nostra esclusiva, un nostro diritto, o ancor peggio, facendone motivo di dominio sugli altri; quante volte ci sentiamo talmente autosufficienti da non lasciare più spazio all'iniziativa di Dio, quasi eliminandolo dalla nostra esperienza di fede...
Eppure, grazie a Dio, la vita di fede va avanti. Grazie a Dio, il Regno non si ferma, non crolla, non smette di produrre buoni frutti, nonostante le nostre meschinità. Quel "figlio ucciso fuori dalla vigna" (come Gesù fuori dalle mura di Gerusalemme) e quella "pietra scartata dai costruttori e divenuta testata d'angolo" stanno a dirci che anche dai fallimenti all'interno del suo Regno, Dio è sempre capace di ricostruire vita, perché il padrone della vigna è lui. La realizzazione del Regno di Dio non dipende da noi; perché anche se il nostro atteggiamento ci porta a sentirci padroni e depositari della fede, il Regno di Dio ci può "venir tolto e dato a un popolo che ne produca i frutti".
Tutti siamo necessari alla buona crescita della vigna del Signore, ma nessuno è indispensabile, e ancora meno ne è padrone. Di padrone ce n'è uno, peraltro già sufficientemente esigente: e per di più, si è sempre comportato da servo...