| Omelia (04-10-2026) |
| diac. Vito Calella |
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Il metodo di vedere, discernere e agire nel nostro lavoro nella vigna del Signore Il significato della vigna nell'Antico Testamento. Nella tradizione dell'Antico Testamento, la vigna, molto comune nelle campagne, rappresentava il popolo d'Israele, proprietà del Signore Dio, Creatore, Liberatore e Santificatore. La recinzione poteva rappresentare i Dieci Comandamenti e gli altri precetti della Legge di Mosè, che definivano le regole del bene e del male, di ciò che si poteva fare e di ciò che si doveva evitare, affinché le relazioni umane potessero glorificare Dio attraverso l'amore per il prossimo. La torre poteva rappresentare le autorità istituzionali della monarchia e del tempio di Gerusalemme, che avevano il compito di vigilare sull'adempimento dei comandamenti da parte del popolo. Il torchio per pigiare l'uva e raccogliere il mosto poteva essere un simbolo di prosperità, giustizia e pace, perché da lì doveva provenire il frutto delle viti piantate e lavorate dai vignaioli. I vignaioli rappresentavano i membri del popolo d'Israele. Il Salmo 78 e la profezia del cantico della vigna di Isaia descrivono l'infedeltà del popolo d'Israele che, trascurando di obbedire ai Dieci Comandamenti e ai precetti della Legge, finì per produrre uva selvatica che diede un vino di pessima qualità. Il risultato fu la devastazione dell'esilio babilonese. L'interpretazione di Gesù del cantico della vigna di Isaia Gesù conosceva il cantico della vigna di Isaia e lo interpretò come una profezia rivolta ai sacerdoti del tempio e agli anziani del popolo. Essi rappresentavano le autorità della religione ebraica. Insieme ai farisei, diffidavano della missione di Gesù e progettavano di ucciderlo. E così accadde storicamente. La responsabilità della morte violenta di Gesù fu loro. Gesù sapeva bene che avrebbe avuto un destino simile a quello di molti altri profeti nella storia del popolo d'Israele, perseguitati, minacciati di morte ed eliminati perché disturbavano e ostacolavano gli interessi egoistici dell'èlite civile e sacerdotale, senza alcun rispetto per le leggi dei comandamenti di Mosè. Pertanto, la parabola è una chiara profezia sul destino della morte di Gesù sulla croce e sulla sua risurrezione. Per questo Gesù citò il Salmo 118,22-23, che riassume l'evento pasquale del Figlio di Dio: «La pietra che i costruttori hanno rigettato è diventata la pietra angolare; "Questo viene dal Signore ed è meraviglioso ai nostri occhi"» (Mt 21,42a). Dopo la sua morte e risurrezione, sorse la Chiesa, che assumì l'impegno di promuovere i segni della realizzazione del Regno di Dio nella storia dell'umanità fino alla gloriosa venuta del Cristo risorto alla fine dei tempi. Noi cristiani, operai nella vigna, siamo uma Chiesa al servizio del Regno di Dio. Per noi oggi, la vigna può rappresentare simbolicamente la nostra comunità cristiana, nata dall'accoglienza dell'annuncio della morte e risurrezione di Gesù Cristo, il cui kerygma pasquale è riassunto nella citazione del Salmo 118,22-23. La recinzione che circonda la vigna può rappresentare il dono del Vangelo quadriforme e degli altri libri del Nuovo Testamento, che ci permettono di approfondire sempre di più la contemplazione del meraviglioso progetto di comunione e riconciliazione di Dio Padre con tutta l'umanità, per Cristo, con Cristo e in Cristo, e di fraternità universale mediante l'azione dello Spirito Santo. Questo progetto divino di comunione, anche mentre viviamo in questo mondo, è la reale possibilità di promuovere relazioni rispettose con tutto ciò che è "altro" rispetto a ciascuno di noi: cose, persone, piante, animali e soprattutto gli altri esseri umani. Chiamiamo questo progetto divino di comunione "Regno di Dio". In questo mondo possiamo sperimentare imperfettamente queste relazioni di gratuità, sapendo che, dopo la nostra morte fisica e alla fine della storia terrena, ci sarà un'eterna continuità in un'altra realtà di «nuovi cieli e nuova terra», in uno stato di pienezza di questo regno di Dio. Il torchio può rappresentare per noi cristiani il dono pasquale dello Spirito Santo. È solo grazie allo Spirito Santo che possiamo centrare la nostra esistenza su Cristo, morto e risuscitato, e ognuno di noi può dire con l'apostolo Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. E la vita che ora vivo nella carne, la vivo nella fede di Cristo, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Solo grazie allo Spirito Santo che dimora in noi possiamo dominare e vincere i demoni dei nostri istinti, sentimenti e pensieri egoistici, e collaborare efficacemente alla realizzazione del Regno di Dio nel contesto sociale e culturale in cui viviamo. Il torchio è il "cuore" della vigna, perché è il luogo in cui l'uva si trasforma in mosto e vino nuovo; è il luogo in cui i frutti della vite mostrano la qualità del vino. Il vino che esce dal torchio può rappresentare il frutto dello Spirito Santo; può essere la testimonianza dell'unità nella carità, che noi, come comunità cristiana, desideriamo irradiare nel mondo con il nostro essere Chiesa. Attraverso la lettera ai Galati, desideriamo che le nostre relazioni umane siano caratterizzate «dal frutto dello Spirito Santo: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine e autocontrollo» (Gal 5,22-23a). La torre eretta nella vigna potrebbe rappresentare la solida e vigile Tradizione della Chiesa, affidata al ministero dei vescovi, coadiuvati dai sacerdoti e dai diaconi, e con la collaborazione di tutti i teologi e catechisti, che offrono continuamente alla comunità cristiana una guida interpretativa per aiutarci a rimanere uniti nella stessa professione di fede e ad essere coraggiosi nel testimoniare una vita etica coerente con il Vangelo del Regno di Dio annunciato da Gesù Cristo. Il metodo di vedere, discernere e praticare nel nostro lavoro nella vigna del Signore Considerare tutti i conflitti in un clima di preghiera e invocazione dello Spirito «Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti» (Fil 4,6). Nella nostra vita comunitaria all'interno della Chiesa, ci saranno sempre dei conflitti. Le angustie menzionate in Fil 4,6 sono i problemi relazionali che sorgono quando istinti, sentimenti e pensieri egoistici permettono alla competizione, alla vanagloria e alla ricerca di interessi personali di prevalere sul desiderio di evangelizzazione e carità (cfr. Fil 2,1-4). Competizione, vanagloria e interessi personali danneggiano la qualità delle relazioni di unità nella carità. Quando ciò accade, la soluzione è intensificare la preghiera, invocando incessantemente lo Spirito Santo e guardando con speranza agli aspetti positivi del nostro essere Chiesa, e, nonostante le tante difficoltà relazionali, rendere grazie a Dio. Giudicare e discernere ogni situazione in un clima di pace alla luce della Parola di Dio e con la forza che ci viene donata dalla comunione eucaristica. «E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù» (Fil 4,7). Lo Spirito Santo, invocato nella preghiera, crea un clima di pace, prerequisito fondamentale per essere disposti al discernimento, avendo i nostri cuori e i nostri sentimenti solo in Cristo. La pace di Dio si sperimenta quando, nelle liturgie personali e comunitarie, preghiamo alla luce della Parola e soprattutto attraverso la nostra comunione eucaristica con il Corpo e il Sangue di Cristo. Sentendo questo clima di pace, frutto dello Spirito, è possibile procedere nel superare ogni problema e conflitto con il discernimento che si esprime in questi termini: «Quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri» (Fil 4,8). Praticare insieme azioni costruttive, frutti di discernimento, tenendo conto anche della testimonianza di saggezza di coloro che vivono in mezzo a noi. «Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi!» (Fil 4,9). Infine viene la "pratica", l'azione, tenendo conto del dono di saggezza di qualcuno nella comunità, come fece Paolo per la comunità dei Filippensi. In questo modo possiamo essere buoni vignaioli del Regno di Dio. |