Omelia (04-10-2026)
padre Gian Franco Scarpitta
Dio non si arrende alle uve selvatiche

Si parla ancora della vigna, che il profeta Isaia nella prima Lettura descrive come metafora del popolo di Dio, quello che è sato prediletto fra tutte le nazioni della terra per essere il primo destinatario del suo annuncio e della sua salvezza. Dio ha scelto una vigna, cioè un popolo, dandogli l'incarico di lavorare con solerzia per la costruzione del suo Regno, per poi apportare i frutti compatibili con questo stesso Regno: amore, giustizia, rettitudine, pace, solidarietà... Il popolo è invitato cioè a mantenere costante la sua relazione con il padrone della vigna e a collaborare con Questi perché si realizzino i suddetti frutti. Quello che Dio ha fatto nei confronti dell'uomo è un atto d'amore, di fiducia e di stima, poiché gli ha affidato la gestione di questo mondo e di questa realtà cosmica, mostrandosi sempre propenso nei suoi confronti. Da parte della "vigna" e di coloro che vi lavorano, occorrerebbe corrispondere a tale fiducia, adoperandosi perché questi frutti siano copiosi e fruibili. Chi sono coloro che lavorano nella vigna del Signore? Tutti gli uomini, che si chiede siano animati dal buon volere che procede dalla fede e dalla carità; fra questi soprattutto i profeti, dai quali dipende l'annuncio della Parola e del messaggio divino di salvezza, che siano latori e dispensatori della misericordia e della grazia divina. Ad essi e a tutti quanti gli altri si richiede che siano apportatori dei frutti suddetti perché il Regno di Dio diventi una realtà. La Parola disseminata nel mondo deve trovare terreno fertile nel cuore ogni persona di buona volontà: essa dev'essere ascoltata, assimilata, concepita come criterio di vita, quindi applicata nella concretezza delle opere di giustizia e di pace, ovviamente lottando contro le insidie e le contrarietà dell'Avversario che seduce in senso opposto.
Qual è stato da sempre l'atteggiamento degli uomini? Quello di restare apatico e scostante all'amore divino e di adoperare libertà in eccesso, al punto da rendersi egli stesso padrone del cosmo e della realtà che gli era stata soltanto affidata. C'è sempre stato un divario fra i piano di amore e di salvezza da parte di Dio e la libertà esasperata divenuta tracotanza con cui l'uomo ha sempre voluto corrispondervi. L'uomo da sempre tende a sovvertire il mondo, a rendersene dominatore, a manipolare a proprio piacimento e soprattutto a disseminare "frutti selvatici" di natura espressamente differente da quelli voluti dal suo Padrone. L'uomo tende a sostituirsi a Dio o ad impiantare altre divinità, riproducendosi in atti ignominiosi che denotano una libertà spropositata e dannosa che non fa altro che rovinarlo. L'autoaffermazione conduce a distruggere il mondo e la realtà in cui viviamo; la vanità, l'orgoglio e la presunzione conducono al peccato che altrettanto sovverte il sistema in cui siamo collocati e danneggia le nostre relazioni con il prossimo, deturpando la nostra convivenza. Eppure tutto ciò che si oppone a Dio e al suo amore verte anche alla rovina dell'uomo stesso. La violenza, il guadagno facile a tutti i costi, la cupidigia, la sopraffazione e ogni altro espediente che contrasta con la misericordia di Dio, condurrà all'autolesionismo e alla disfatta, rovinando l'uomo con le stesse armi con cui è solito colpire.
In altri passi della Bibbia la vigna rappresenta la pace e la prosperità che Dio vuole realizzare nel popolo e che l'uomo tende invece a manipolare o a distruggere.
Nonostante però i frutti siano "selvatici" e pruriginosi, Dio non si arrende alla refrattarietà e alla ripugnanza da parte dell'uomo: la storia della salvezza ci manifesta le innumerevoli modalità con cui Dio interviene sempre benevolo e premuroso nella nefasta storia della vicenda umana. La parola dei profeti è sempre manifesta e incisiva nella Scrittura, così pure le varie manifestazioni prodigiose con cui egli suole intervenire a favore della più nobile delle sue creature. Ecco perché manda anche il suo Figlio, Verbo Incarnato per la nostra salvezza, il quale viene a vivere nel mondo uomo fra gli uomini, asservito al consorzio sociale umano di un determinato tempo storico. In Cristo suo Figlio Dio, che potrebbe imporsi all'uomo dettando legge egli stesso, preferisce collocarsi come un comune lavoratore nella vigna del Padre, per accompagnare e dirigere tutti coloro che operano nella vigna e che ne fanno abuso. Non ama emergere su coloro che si sono impadroniti della vigna, ma vuole camminare accanto a loro, essendo uno di loro, per poterli guidare, orientare e condurre amorevolmente verso traguardi sospirati di salvezza. E accetta anche di essere da essi sopraffatto, vessato e umiliato, fino ad essere da costoro esposto al ludibrio e alla morte di croce. Il Figlio di Dio non punisce aspramente coloro che hanno usurpato nella vigna del Padre, ma paga per loro il prezzo delle loro miserie morali, insomma riscatta tutti i peccati.
Se i cattivi usurpatori lo hanno messo a morte, egli però risusciterà per donare la vita, anzi per essere egli stesso la via, la verità e la vita. La sua venuta nel mondo, la sua morte e risurrezione contrassegnano già che il Regno di Dio è venuto: esso persiste e si sviluppa nelle parole e nelle opere dello stesso Cristo. Al presente il Regno deve scontrarsi con la zizzania che si confonde in mezzo al grano (Mt 13, 24 - 30), ma arriverà al suo acme definitivo, quando vi saranno "Cieli nuovi e terra nuova", la zizzania sarà estirpata, i malfattori subiranno la loro condanna eterna, il peccato sarà definitivamente estromesso dal nostro vissuto assieme alla morte e la vigna sarà data in eredità ai soli giusti. La vendemmia finale produrrà uve mature, le marce saranno buttate (Ap 14, 18 - 20).
Coltiviamo questa speranza fin quando non verrà realizzata in un tempo futuro che non sappiamo, ma che sopraggiungerà; perseveriamo con coraggio e fiducia nella lotta contro il male, nella certezza che Dio nella resurrezione di Gesù raccoglierà i frutti della vigna e intanto ne pianta le viti di uva matura ogni qualvolta noi vogliamo ricavarne uva selvatica.