Omelia (27-09-2026)
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COMMENTO ALLE LETTURE
Commento a cura di Quintino Venneri

Dove vivo, settembre, è tempo di vendemmia. Non è inusuale, già dalle prime ore del mattino, quando sulle strade di campagna resta ancora qualche lembo dell'ombra della notte e il sole comincia appena ad accendere i filari, vedere uomini e donne chini sui grappoli, cassette che passano di mano in mano, trattori fermi sul ciglio, voci che si chiamano da un capo all'altro della vigna. Qualcuno è arrivato prima dell'alba; qualcun altro, che la sera precedente aveva assicurato «domani ci sono», al mattino ancora manca; magari arriverà più tardi proprio chi, poche ore prima, aveva detto di non potercela fare. Le campagne conoscono da sempre questa distanza sottile e decisiva tra ciò che viene promesso la sera e ciò che accade quando arriva il mattino.
Il Vangelo di questa domenica comincia quasi nello stesso modo: una vigna che aspetta, un padre che chiama, due figli ai quali viene rivolta la stessa parola. «Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna».
È una frase densa. Prima della richiesta viene un nome: figlio. Il padre chiama così entrambi, quello che gli risponderà male e quello che saprà pronunciare la risposta giusta; il legame precede ogni risposta e rimane lì, intatto, mentre ciascuno dei due decide che cosa farne. Poi arriva un avverbio altrettanto denso e decisivo: oggi. La vigna appartiene al tempo concreto della vita, a questo giorno, a questa stagione, alle forze che abbiamo, alle ferite che portiamo, alla misura reale della nostra disponibilità.
Il primo figlio risponde con una sincerità ruvida: «Non ne ho voglia». Poi qualcosa dentro di lui cambia direzione, e il Vangelo racconta questo passaggio con una sobrietà sorprendente: si pente e va. Il secondo offre una risposta impeccabile, educata, perfino devota: «Sì, signore». La voce arriva subito; i passi restano fermi. Alla fine uno ha pronunciato un rifiuto e si trova nella vigna, l'altro ha pronunciato un consenso e si trova ancora dove era prima.
Gesù guarda la direzione che una vita prende.
Questo è uno dei fili che attraversano tutte le letture di questa domenica. Ezechiele parla dell'uomo giusto che può allontanarsi dalla giustizia e dell'uomo malvagio che può distogliersi dal male compiuto; il salmista domanda al Signore di mostrargli le sue vie e di insegnargli i suoi sentieri; Paolo contempla Cristo che discende, si svuota, assume la condizione di servo e attraversa fino in fondo la nostra umanità. La Parola di questa domenica sembra avere polvere sulle scarpe. Parla di strade, svolte, partenze, deviazioni, ritorni, direzioni cambiate.
Ezechiele spezza la pretesa di fissare una vita dentro una definizione. Abbiamo una capacità impressionante di inchiodare le persone a ciò che sono state: quello ha sempre fatto così, quella è fatta in quel modo, da lui sappiamo cosa aspettarci. Siamo un po' tutti assidui frequentatori del festival delle etichette. Facciamo la stessa cosa con noi stessi, consegnando il presente a una fotografia vecchia di anni e trattando il passato come se possedesse il diritto di decidere tutto il resto. Il profeta restituisce alla vita la sua libertà: il giusto può smarrire la strada, il malvagio può voltarsi, una storia compromessa può conoscere un inizio inatteso, una fedeltà antica può perdere consistenza se smette di diventare scelta presente.
Dio sembra avere una particolare fiducia nei verbi al presente. Guarda ciò che sta nascendo adesso, il movimento che comincia nel cuore, il piccolo spostamento che avviene prima ancora che qualcuno possa vederlo. La vita, sotto il suo sguardo, resta aperta. Persino una parola pronunciata con durezza può diventare il punto da cui ripartire.
Il primo figlio compie proprio questo gesto. Aveva detto di no e avrebbe potuto restare fedele al proprio rifiuto fino alla sera, per orgoglio, per abitudine, per evitare la fatica di contraddirsi davanti a se stesso. Invece lascia cadere quella prima risposta e si mette in cammino. Mentre raggiunge la vigna porta ancora addosso la vergogna di chi sa di aver risposto male; non prepara spiegazioni, giustificazioni, discorsi capaci di sistemare ciò che è successo. Va. E quel cammino, passo dopo passo, diventa la sua risposta vera.
Molte conversioni cominciano così, senza rumore, con un gesto minuscolo che nessuno applaude. Cominciano quando si telefona a una persona che da troppo tempo si evitava, quando si rientra in una stanza dalla quale si era usciti sbattendo la porta, quando si chiede aiuto dopo mesi trascorsi a difendere la propria autosufficienza, quando si ricomincia a pregare quasi sottovoce, quando si torna a casa, quando si interrompe una strada che sta facendo male. Prima ancora delle parole c'è un piede che si solleva e sceglie un'altra direzione.
Gesù, parlando ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo, pronuncia una frase così urticante: «I pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio». Il verbo scelto dal Vangelo è bellissimo e terribile insieme: vi precedono, stanno andando davanti, sono già più avanti sulla strada. Hanno creduto che fosse possibile cambiare direzione, hanno ascoltato Giovanni, si sono lasciati ferire dalla sua parola e hanno preso una strada nuova. Altri sono rimasti sulla soglia, forti della loro sicurezza religiosa, convinti che conoscere la via equivalesse già a percorrerla.
Poco prima Gesù aveva detto che Giovanni era venuto «sulla via della giustizia». Ancora una via, ancora una strada. Pubblicani e prostitute l'hanno imboccata arrivandoci da percorsi tortuosi, vite ferite, scelte sbagliate, giorni che portavano ancora addosso il peso delle conseguenze. Si sono mossi. La grazia li ha trovati in cammino.
Questa parola raggiunge anche noi che frequentiamo da molto tempo le cose di Dio. Possiamo conoscere la vigna in ogni dettaglio, sapere dove si trova, riconoscerne i confini, ricordare le parole del padrone, e intanto restare fermi. Possiamo pronunciare per anni formule corrette e continuare a vivere nello stesso punto. La fede adulta conserva sempre una domanda inquieta: dove mi sta portando oggi ciò che credo?
Paolo, nella lettera ai Filippesi, ci conduce nel cuore stesso di questo movimento, perché il cammino che contempla in Cristo è una discesa: Gesù lascia, svuota, assume la condizione del servo, si abbassa fino a raggiungere il punto più fragile dell'esistenza umana. Prima ancora che i nostri piedi trovino la strada, la Scrittura racconta i passi di Dio verso di noi. Cristo attraversa la distanza, viene incontro, scende fino al luogo preciso nel quale l'uomo si trova.
Da qui nasce ogni cambiamento possibile. Possiamo rialzarci perché siamo stati raggiunti. Possiamo cambiare direzione perché la grazia continua a chiamarci oltre il nostro errore. Possiamo pronunciare un sì dopo molti no perché il Padre continua a chiamarci «figlio» anche dentro le nostre esitazioni, le nostre chiusure, le nostre contraddizioni.
La parabola diventa ora sorprendentemente tenera. Il padre consegna una chiamata e lascia che quella parola lavori dentro ciascuno dei figli. Non controlla il tempo della risposta, non forza il passaggio, non riempie di spiegazioni ciò che ha già affidato alla libertà. Conosce il tempo misterioso che passa tra un no e i primi passi verso la vigna, quel tratto invisibile in cui qualcosa matura senza rumore e una persona, quasi senza sapere bene come, si ritrova diversa da come si era pensata poche ore prima.
Il Regno cresce in maniera sfuggente ma determinata, nel tempo che serve a una parola per scendere dalla testa al cuore e dal cuore raggiungere finalmente i piedi. Noi vorremmo spesso risposte immediate, cambiamenti riconoscibili, svolte chiare, conversioni con una data e un'ora; Dio sembra avere maggiore familiarità con i semi, con i sentieri, con i processi nascosti, con le stagioni lente.
Una comunità cristiana dovrebbe imparare questa pazienza. Troppe volte conserviamo memoria dei no altrui più a lungo del necessario, ricordiamo una caduta quando una persona ha già ripreso a camminare, continuiamo a chiamarla con il nome della sua ferita mentre il Signore la sta già chiamando figlio. La comunità evangelica è il luogo nel quale si può ancora cambiare, tornare, ricominciare, arrivare tardi alla vigna con il fiato corto e le scarpe sporche della strada fatta.
Settembre, in Salento, continuerà ancora per qualche settimana a profumare di mosto. Nei filari resteranno cassette da riempire, grappoli da raccogliere, mani che si cercano per terminare il lavoro prima che la luce scompaia; l'immagine che possiamo portarci via da questa domenica è quella di un uomo che, dopo aver detto di no, a un certo punto si alza e prende la strada della vigna.
Il Vangelo tace sull'ora del suo arrivo. Tace su ciò che gli è passato dentro mentre camminava. Tace perfino sulle parole che avrà detto al padre quando finalmente lo avrà incontrato. Ci lascia soltanto il gesto: è andato.
La domanda da portare con noi questa domenica nasce proprio da qui: verso quale vigna stanno andando i miei piedi?
Parole pronunciate molti anni fa attendono oggi di diventare strada; alcuni no possono ancora trasformarsi in un passo; alcune promesse chiedono un corpo, delle mani, un pezzo della nostra giornata. Finché esiste un oggi, finché il Padre continua a chiamarci figli e a indicarci la sua vigna, resta aperta la possibilità di alzarci e cominciare a camminare.