| Omelia (01-10-2026) |
| Missionari della Via |
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Il Vangelo di Luca parla spesso della missione, per dirci che la caratteristica degli apostoli e di ogni missionario è quella di essere "inviato". La Chiesa si percepisce come missionaria, esiste per evangelizzare (Evangelii Nuntiandi, 14). Perciò non sono solo dodici i missionari, o solo quelli del Vangelo, ma Gesù ne invia tanti. Dio non si vergogna di farsi rappresentare nel mondo da noi, nonostante le nostre fragilità! Noi, però, siamo spesso poco consapevoli del fatto che Gesù si fida di ciò che facciamo noi nel mondo, in famiglia, a scuola, in comunità. Ovviamente Gesù ci avvisa che questa missione porta con sé una fatica reale. Ci dice chiaramente che gli operai del regno sono pochi e che sono mandati come pecore in mezzo a lupi. I missionari non sono dei turisti o degli sponsor di Dio che devono trovare degli effetti speciali manipolatori per convincere gli altri, o sono coloro che devono fare proselitismo affinché vengano più persone nella mia chiesa più che nelle altre, tanto meno fanno pubblicità a un marchio "ecclesiale" o cercano consensi. Che miseria sentir dire: "quel vescovo è social", "quel prete pensa solo alla sua immagine", "quella parrocchia è fatta di altolocati che allontanano tutti". Sono parole che rivelano una ferita: una comunità cristiana smette di essere casa e diventa vetrina quando l'apparenza prende il posto del Vangelo, quando l'immagine pesa più delle persone. I cristiani sono letteralmente pecore in mezzo ai lupi, privi di mezzi, poveri. Parliamo della fatica reale del cristiano, quella per il regno, quella di vivere e annunciare il Vangelo in un mondo che corre altrove, che ha altri obiettivi, altre logiche, altri desideri. Il cristiano sta lì senza gli effetti speciali del mondo, fa la fatica di restare fedele quando tutto intorno sembra spingere in direzione opposta. Come fare tutto ciò? Prima di tutto con la preghiera. Gesù lo chiede, pregate perché gli operai sono pochi! Tutto inizia dalla preghiera, perché è Dio il padrone della messe. Proprio perché la missione non è marketing ma trasparenza, è necessario lasciare che attraverso di noi passi la luce di Cristo senza appropriarcene, perciò è necessaria la preghiera. Inoltre, c'è un'altra caratteristica del missionario che possiamo cogliere dal Vangelo: Dio li manda in missione a due a due. Sì, perché è proprio la fraternità che manifesta l'amore di Dio, è testimonianza del regno. Seguire Gesù è manifestare la fraternità, un modo di stare al mondo, nel proprio lavoro, nella quotidianità, nell'amicizia, nella scuola, in chiesa, che è molto più efficace di eventi e fuochi d'artificio. «Non basta avere pochi mezzi, occorre essere poveri, non basta proclamare il Regno di Dio, occorre essere uomini di Dio, non basta annunciare la pace, occorre essere operatori di pace. Così gli inviati possono davvero essere "agnelli" (Lc 10,3) che seguono l'Agnello, Gesù Cristo. La missione, infatti, non è altra cosa rispetto alla sequela, non è una realtà a parte, ma ha senso proprio e solo come sequela Christi. In questo affidamento radicale al suo Signore, l'inviato potrà sperimentare la protezione che il Signore gli accorda: "Nulla potrà farvi del male" (Lc 10,19). Inviato in mezzo a lupi, senza alcuna assicurazione del successo della sua missione, anzi, essendo stato prevenuto dal Signore sulla possibile non accoglienza (cf. Lc 10,10), l'inviato potrà tuttavia conoscere in queste tribolazioni la certezza di fede di essere sulle tracce del Signore che conobbe la non accoglienza, il rifiuto, e non vi si ribellò. Come il suo Signore, l'inviato cristiano è chiamato ad accogliere la non accoglienza che gli uomini possono riservargli e ad annunciare a tutti che il Regno di Dio è vicino» (Luciano Manicardi). |