| Omelia (27-09-2026) |
| don Alberto Brignoli |
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Peggio della peggior razza! Per cercare di capire la portata e il peso delle parole di Gesù nel Vangelo di oggi ho provato a immaginare (non senza un pizzico di fantasia) a qualcosa di analogo che possa accadere al giorno d'oggi. Immaginiamoci il Papa che, a una riunione di vescovi e cardinali, dopo aver fatto loro una catechesi sull'essere discepoli di Cristo, li apostrofasse dicendo: "Siete più lontani dal Regno di Dio dei peggiori peccatori di questo mondo!". Al di là del fatto che possa anche avere ragione (perché nessuno, per quanto pio e santo possa essere, è esente dal peccato), certamente l'impatto mediatico dell'affermazione non sarebbe indifferente! Quel giorno, le parole di Gesù furono un vero e proprio terremoto: si diresse in maniera esplicita ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo, ovvero al fior fiore della cupola di potere della società religiosa (e non solo) del suo tempo, e al succo del suo discorso arrivò a dire loro "I pubblicani e le prostitute (tra le peggiori categorie sociali dell'epoca) vi passano avanti nel Regno di Dio". Perché Gesù ce l'aveva così tanto con le autorità del suo tempo? Non si trattava di un problema politico o di repulsione verso le forme di autorità, ma di moralità, di etica, di giustizia: tutte cose che le autorità del tempo di Gesù calpestavano con i loro comportamenti, apparentemente perfetti agli occhi della gente, ma in realtà profondamente falsi e sleali. La loro esteriore applicazione "alla lettera" delle norme e dei comandamenti della religione giudaica non era il segno di un profondo amore a Dio e alla Legge data loro per mezzo di Mosè, ma un modo per sentirsi superiori e migliori degli altri, e soprattutto per disprezzare coloro che, per via dei loro comportamenti non certo ineccepibili alla luce del sole, erano da tutti ritenuti "la feccia" della società: tra essi, in modo particolare, i peccatori pubblici (ovvero i fraudolenti esattori delle tasse) e le prostitute. Rispetto dei comandamenti e applicazione della Legge, quindi, non venivano osservati per amore verso le cose di Dio, ma con il solo proposito di sentirsi autorizzati a essere considerati superiori agli altri. L'importante è farsi vedere perfetti: poi quello che si è in realtà, poco conta: falsità e ipocrisia allo stato puro! Proprio come l'atteggiamento dei due figli della parabola, che di fronte alla richiesta di aiuto da parte del loro papà, si comportano in maniera diametralmente opposta: il primo sbuffa, gli dice in maniera schietta che a lui fare quella cosa pesa, poi però ci ripensa e la fa; il secondo esternamente gli risponde di sì, in maniera quasi militaresca ("Sissignore!"), poi fa quello che gli pare. Anziani del popolo e capi dei sacerdoti hanno atteggiamenti identici a quelli di quest'ultimo figlio; e per di più, son ben coscienti di questo, perché di fronte alla domanda di Gesù che li invita a riflettere su quale dei due figli avesse fatto la volontà del padre, la loro risposta è sicura, decisa, consapevole: "Il primo!". Per cui, sanno bene da che parte sta la giustizia e cosa vuole dire onorare veramente Dio: vuol dire preoccuparsi meno di comportamenti esteriormente corretti o di parole giuste e sante, e amare Dio nei fatti, facendo la sua volontà, anche se magari si può apparire agli occhi degli altri un po' meno "irreprensibili". Ma a loro, questo modo di vivere la fede non serve, non è funzionale all'esercizio del loro potere. Perché in fondo a loro, delle cose di Dio, non gliene importa assolutamente nulla: anzi, usano la sua Legge e i suoi comandamenti a loro piacere, solo per dimostrarsi superiori agli altri. Ma di gente così, il Regno di Dio annunciato da Gesù e già presente qui sulla terra, non sa proprio che farsene. Di gente che a parole dice di onorare Dio solo per farsi vedere dagli altri, Gesù non ha assolutamente bisogno. Preferisce gente dal cuore sincero, che magari non si comporta sempre in maniera perfetta (del resto, chi mai è perfetto?) e che di certo non può essere presa a esempio di moralità, ma che nel profondo del cuore vuol bene a Dio e, a suo modo, cerca pure di fare la sua volontà. Ecco allora l'espressione forte di Gesù nel Vangelo di oggi: meglio una prostituta che di fronte alla predicazione di Giovanni Battista ha accolto la sua parola e ha accettato di iniziare un cammino di conversione, che non un'autorità (religiosa o civile che sia) che di Giovanni Battista o di qualsiasi altro profeta non ha bisogno, perché ritiene che i suoi comportamenti - esteriormente impeccabili - siano non solo sufficienti per salvarsi, ma addirittura utili a dominare e disprezzare gli altri. Non c'è nulla di più diabolico di questo: prendersi gioco di Dio, dicendogli e facendogli credere di amarlo, ma in realtà disprezzandolo, nella persona dei fratelli più deboli e più in difficoltà. Per fortuna, Dio non è stupido come questi "illuminati" credono: lui non guarda all'apparenza delle buone opere, ma al cuore dell'uomo. Dio non sa proprio che farsene di gente dai comportamenti ineccepibili ma senza il minimo amore verso lui e verso i fratelli. Voglio sperare, per me e per ognuno di noi, che nessuno arrivi mai a vivere la propria vita di fede in questo modo. Che nessuno si senta a posto attraverso una pratica religiosa esteriormente perfetta ma priva di amore a Dio; che nessuno si preoccupi di avere un'identità cristiana da sbandierare ai quattro venti più che di un vissuto fatto di giustizia e di rispetto dell'altro; che nessuno difenda la propria appartenenza e la propria cultura cristiana come un'ideologia a cui aggrapparsi, al punto di dimenticarsi della condotta onesta, umile e coerente della vita di ogni giorno. Che nessun cristiano, in definitiva, riduca mai il proprio rapporto con Dio a un giochetto tra il "sì, signore" e il "non ne ho voglia", ma percorra prima di tutto la via della giustizia, con i fatti. |