Omelia (27-09-2026)
padre Gian Franco Scarpitta
Non è mai troppo tardi per cambiare, credere e lavorare

La scorsa Domenica si era giunti alla conclusione che la giustizia remunerativa di Dio è ben differente da quella applicata dall'uomo, che è calcolata da ragioni sindacali sugli orari e i corrispettivi. Quella di Dio è commista alla misericordia e da questa trae la sua origine e la sua motivazione fondamentale. Dio ricompensa a piene mani chiunque "vada a lavorare nella sua vigna" con impegno e buona volontà, non importa a quale ora del giorno o per quanto tempo lavori. Dio ricompensa anche una sola ora di lavoro svolta con amore e dedizione.
Lavorare nella vigna del Signore lo si può fare in tantissimi modi e ciascuno secondo le proprie scelte e il proprio stato vocazionale e non è mai troppo tardi per prendere l'iniziativa dell'impegno e della buona partecipazione. E soprattutto non è mai troppo tardi per la penitenza e per la conversione. Ed eccoci all'argomento di oggi, quello di un paradigma parabolico nel quale vengono interpellati due figli da parte del padre che è un proprietario terriero. Al primo il genitore chiede di andare a lavorare nella sua vigna e ottiene un diniego. Un po' di tempo dopo (non sappiamo quanto) questo figlio svogliato si pente di non aver corrisposto alla richiesta del padre e si avvia al lavoro, senza neppure conferire più con lo stesso suo genitore e senza dare spiegazioni. Insomma, si mette subito all'opera, anche se è tardi. Il secondo figlio risponde subito affermativamente al padre (Si, vado subito) e tuttavia non si mostra di parola: omette di recarsi al lavoro a lui assegnato. La differenza sta proprio nella penitenza e nella conversione, per le quali il primo dei due soggetti si mostra più meritevole del secondo: probabilmente prende coscienza dell'errore commesso, della sua iniziale indolenza; si rende conto che c'è qualcosa che in lui non funziona come dovrebbe, che manca all'appuntamento anche con se stesso e di conseguenza opera in sé in processo di mutamento (conversione) che lo rinnova fino al punto di "fare frutti degni di conversione (Mt 3, 8). Penitenza e conversione sono termini che si equivalgono poiché l'uno rimanda all'altro, ma secondo alcuni commentatoti la penitenza (paenitentia) riguarda uno stato iniziale di "pena" o sofferenza interiore nella considerazione di avere sbagliato e di non essere in stato di retta coscienza. Quindi uno stato di pentimento iniziale. Da esso scaturisce la "conversione", metanoia, cioè il radicale cambiamento di sé che trasparirà in opere esplicite che ne manifestano l'efficacia.
Come si è detto, non è mai tardi per prendere coscienza delle proprie lacune e per
per convertirsi, cioè per mutare le proprie impostazioni di pensiero, conformare la propria mentalità al pensare secondo Dio e non secondo gli uomini. Effettivamente si è uomini di carità quando si è capaci innanzitutto di conversione, ossia di trasformazione interiore "secundum Deum". E per convertirsi non c'è mai orario o scadenza, ma qualsiasi ora è quella giusta e quando i frutti di questa conversione sono qualitativamente copiosi, ottengono la stessa ricompensa.
Anche per il profeta Ezechiele è più giustificato un malvagio che, pentito, si incammina nella nuova via del rinnovamento e della conversione animato poi alla volontà di rimediare ai propri mali, piuttosto che un presunto giusto che, anche forte della propria sicumera, si allontana dai retti sentieri per intraprendere malevoli e ingiustificati percorsi. Si rivolge agli Israeliti, che hanno meritato l'esilio a motivo della loro infedeltà e della loro condotta perversa, esortandoli a meritare la misericordia di Dio anziché a sindacare la sua giustizia. Anche ai nostri giorni come allora, sembra troppo facile attribuire a Dio tutte le responsabilità dei mali e delle incoerenze di cui siamo invece noi stessi responsabili e di cui si suole anche cadere vittime. Nulla di più facile che ascrivere a Dio il male che invece dipende solo da noi. Così pure, anche a prescindere da ogni riferimento religioso, si suole attribuire ad altri l'entità dei nostri problemi. Ai soli politici "disonesti" si ascrivono le pecchie del paese e ai soli amministratori il cattivo andamento della nostra città; ben poche volte si considera che determinati problemi dipendono anche dalla mancata responsabilità di ogni cittadino che evade il fisco, elude i propri doveri e vene meno alla proprie responsabilità. Difficile, ma molto virtuoso e frugifero, è analizzare noi stessi e stare ritti facendo il modo di non cadere (1Cor 10, 12), vigilando su se stessi per un'attenta analisi delle proprie colpe e responsabilità. Di conseguenza è doveroso optare per una radicale trasformazione di sé, un cambiamento radicale della propria vita che conduca a rendere frutto agli altri del nostro ben volere. Insomma maturare e crescere per lavorare puntuali nella stessa vigna del Signore.