| Omelia (27-09-2026) |
| don Andrea Varliero |
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Oltre la siepe, oltre il muro Un uomo aveva due figli. Iniziano sempre così le parabole più dense: da un padre che si trova a quadrare i conti con due figli, due fratelli sempre agli antipodi. Viene alla mente un figlio minore detto prodigo, sfinito dai maiali e dalla fame, e un figlio maggiore integerrimo, lontano, devoto, freddo come una lastra di ghiaccio. Questo padre ha una vigna, la più delicata tra le coltivazioni; una vigna che chiede cura, pazienza, sapienza; mendica soprattutto tanto amore. E i figli sono all'opposto: uno dice sì, e poi non va. L'altro dice no, ma poi va. Sono rimasto colpito fin da bambino da questa immagine, da questi «sì» diventati «no» e dai «no» diventati «sì», ho sentito la mia vita sbilanciarsi spesso tra questi due figli. Quanti «no» nella mia vita sono diventati «sì», e quanti «sì» sono diventati «no». Questo è l'ultimo tema di italiano che scriverò in vita mia, mi sono detto in cuor mio all'esame di maturità, e mi ritrovo a scrivere pagine e pagine, omelie e temi ogni giorno. Un no che è diventato sì. «Questo non sarà mai», ho risposto a quella suora di clausura nel cammino di Santiago nel viaggio della maturità che mi indicava di diventare prete. Altro no diventato sì. Tutti, tranne lui. Tutti, tranne lei: quanti no di pregiudizi alle persone sono diventati dei sì, delle amicizie, degli amori, delle vite. È proprio vero che chi disprezza, compra. E altrettanti «sì» generosi che sono diventati dei piccati «no»: nel tempo anche quei fili di paglia hanno pesato enormemente. Quei due figli mi abitano proprio dentro. Posso riformulare così quell'immagine: «Un uomo aveva due cuori», un cuore diviso. Lo conosce bene San Paolo il cuore diviso: io vedo il bene che sta davanti a me, eppure compio il male che non voglio. Io sono consapevole del male, non lo desidero, ma continuo a viverlo. Il cuore diviso lo conoscono bene anche i cantautori, i salmisti che pregano Dio per ricevere da lui il dono più prezioso: un cuore unificato, «Tieni unito il mio cuore, perché tema il tuo nome» (Salmo 86). Contraddizione e complessità, mille volti, incoerenza e fragilità, eterno contrasto: siamo dei «sì» servizievoli, dei «sì» formali e di comodo, che subito si sono smorzati in un pigro «no». E siamo dei «no» forti e sfrontati, avversi e sanguigni, dei «no» ribelli che si sono convertiti ad un indicibile «sì». Ce ne stupiamo negli altri, nei voltagabbana; ci fanno arrabbiare perché ci lasciano soli, avremmo desiderato farlo noi per primi. Schiavi e ribelli. Che cosa ha permesso che quel «no» diventasse «sì»? Un modo diverso di percepire la vigna e il padre. Non un padrone, ma un padre. Non un obbligo, ma un desiderio. Non una schiavitù, ma una creatività e una cura vissute insieme. Cerco di vivere così la fedeltà alle piccole cose di ogni giorno, la fedeltà al quotidiano: è lì che i categorici e solenni «no» possono divenire fecondi e creativi «sì». Che bella quella vigna a osservarla con occhi nuovi, che forte quel padre a viverlo in modo disatteso, mi indica l'etica più bella. Non quella del dovere, dei muri rigidi, del giudizio severo, ma del frutto, dell'aver portato molto frutto, più vita attorno. Mi indica la pazienza di chi conosce fino in fondo l'animo umano, con i suoi cuori divisi, le contraddizioni, e non si scandalizza, e non grida, e non si straccia le vesti. Sa che ci sarà tempo per ritrovarci. Pubblicani e prostitute ci passano avanti. I peggiori, i più sporchi, i più meschini: passano loro per primi. Almeno loro hanno vissuto una novità, hanno avuto la carezza di ascoltare una parola, di non darla per scontata, di cambiare. Hanno vissuto la più dura tra le battaglie, hanno frantumato il pregiudizio. Scorre in me questo sangue meticcio, il sangue dello schiavo e il sangue del ribelle, il sangue del devoto e il sangue della prostituta. Sono figlio di questi poco di buono, di questi infedeli e di questa gente sporca, pagana, contaminata; e sono anche figlio di pii integerrimi, anima forte e sicura di Dio. Sono figlio di pagani e di ebrei, di romani e di giudei, di farisei e di pubblicani, di fratelli minori e di fratelli maggiori, di uomini e di donne che si sono incontrati e hanno scelto di chiamarsi fratelli, per riunire il cuore diviso dell'umanità. Hanno abbattuto il muro e si sono abbracciati. Hanno deciso di dare fiducia alla vigna, alla casa, alla Chiesa. Qui, oggi, i muri sono così alti e rigidi che la vigna rischia di soffocare, di non portare più frutto. Vengono i brividi a pensare quello che hanno avuto il coraggio di vivere, al coraggio intrapreso nell'incontrarsi oltre la siepe, oltre il muro. A cambiare quel «no» in un «sì», continuamente ripetuto per la vita del mondo. |