Omelia (20-09-2026)
don Andrea Varliero
Nella stanza più oscura, quella dell'invidia

È lei: il primo motore a muovere il mondo e le stelle. È lei: la causa prima dell'antica guerra, che ha messo in moto l'Iliade di Omero. È lei: il sospetto antico insinuato all'orecchio fin dal primo giorno in Paradiso. È lei: il carburante che alimenta sempre più il motore ad odio della nostra società. L'invidia. «Per l'invidioso nulla è più gradito dell'infelicità altrui, nulla è più molesto della felicità dell'altro» (Spinoza). Una cosa mi chiede la Sacra Scrittura, quell'immenso dialogo tra la mia coscienza e Dio: di non rinnegarla, di ascoltarla, di entrare in contatto con questa brutta bestia che abita in me. Di non passare oltre, giustificandomi dicendo: ma io non provo invidia per nessuno, io non odio nessuno, io sono in pace con tutti; sappiamo benissimo che non è così. La sua Parola mi chiede autenticità, l'umiltà di entrare anche nella stanza più oscura e orribile che non riesco ad abitare di me stesso. La stanza dell'invidia
In quella stanza c'è un operaio della prima ora. Ha vissuto tutta la sua vita come un prezzo da pagare, un dare quanto riceve. Un contratto. Una vita interamente orientata al peso della giornata e al caldo, al prezzo del denaro pattuito. Persino la preghiera, persino la Messa la domenica: con tutto quello che io ho fatto di bene, con tutto il tempo che ti ho dedicato, che cosa ho fatto per meritarmi tutto questo? A cosa è servita la mia fedeltà fin dalla prima ora, la mia correttezza umana, i miei digiuni e le mie privazioni, se poi tu ripaghi con la stessa identica moneta di quello dell'ultima ora? Il nervo è scoperto, il grido di dolore e di rabbia sale feroce. Che razza di Dio giusto sei?
Finalmente l'operaio della prima ora, lì seduto tra le prime fila, ha il coraggio di rinfacciare il volto di Dio, di scoprire le carte in tavola. Tu sei il Dio di chi riga dritto, del dovere, io e Te abbiamo un patto di salario: io mi comporto bene e la vita mi è assicurata nel bene. Non fa una piega. Ma non è il Dio di Gesù Cristo. Scrive un autore che cinque sono le cose rimpiangeremo alla fine della vita. La prima cosa: il non aver avuto il coraggio di aver vissuto secondo noi stessi, ma di esserci adattati, pressati, traditi. Adattati ad essere degli operai salariati, non come dei poeti, creativi e felici nel poterci prendere cura della vigna del mondo. La seconda cosa: l'aver lavorato troppo e amato troppo poco. Come quell'operaio della prima ora siamo testa in sacco nel lavoro, coniugando gli altri come degli antagonisti, mica a degli amici o a degli scarti finalmente riconosciuti e chiamati, valorizzati. La terza cosa: il non aver avuto il coraggio di essere sinceri, aver scelto il rancore al posto della verità, il silenzio al posto del perdono. Quell'operaio della prima ora è stato zitto fino alla sera dei conti, comportandosi da servo fino all'ultimo istante. Quarta cosa: l'aver dato precedenza a ciò che è urgente, invece che a ciò che è importante. Che cosa era più importante: accogliere quelle persone sbandate mai considerate da nessuno, o arrivare alla produzione della vigna? Quinta cosa: il non aver scelto di essere felici. Quell'operaio della prima ora ha scelto la più triste tra le vite, quella di non essere felice. Si è fermato al Dio giusto e centellinatore, non è riuscito ad andare al Dio generoso e oltremisura. Si è concentrato sul denaro, sul limite, non sull'infinita possibilità. Si è dimenticato di una unica parola, essenziale; si è dimenticato del «Grazie». Tutto dovuto, tutto comprato, tutto misurato, senza grazie, senza gioia. San Benedetto nella sua regola, definisce l'invidia come la malattia mortale che non permette il ringraziamento.
«Ti dispiace che io sia buono?». «No, Signore, è bellissimo. Mi hai donato sorprese inaspettate da persone che avevo lasciato sedute ai margini. Mi hai fatto trovare fiumi di acqua viva in uomini e donne che sembravano così aridi, bastava solo ascoltarli. Mi hai permesso di comprendere che la vita va avanti non a colpi di centellinamenti, ma a colpi di incomprensibile e smisurata generosità. Mi hai insegnato a ringraziare; per poco, o per tanto: tutto è dono. Non mi dispiace, perché tu mi assicuri che nessuno è scartato. "Non mi dispiace che Tu sia buono, perché so che verrai a cercarmi anche quando si sarà fatto tardi, e saprai scorgere una goccia di luce nascosta anche dentro il mio ultimo minuto" (Ermes Ronchi"). Farò così: da operaio della prima ora mi lascerò voler bene non per l'efficienza, ma perché sono in Te. Farò così: non avrò paura del bene del fratello, non minerà il mio valore. Farò così: per il bene attorno a me, ringrazierò. Farò così: intonerò ogni giorno una preghiera di ringraziamento, l'unica a schiacciare l'invidia.