| Omelia (20-09-2026) |
| don Alberto Brignoli |
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Ma noi, Signore, siamo arrivati prima! Io sono convinto che a Dio - e al Dio di Gesù Cristo in modo particolare - possiamo davvero chiedere di tutto. Ogni tipo di aiuto che dovessimo ricevere da lui, quando lo invochiamo, non potrebbe che andare a buon fine. Non chiediamogli, però, di fare il sindacalista o di difenderci in una vertenza salariale, perché non solo non ne sarebbe capace, ma rischieremmo di trovarci di fronte a uno che difende gli interessi dei padroni, e non certo dei lavoratori! Già, perché uno che paga chi lavora e sgobba una giornata intera con lo stesso salario di un fannullone che lavora un'ora soltanto, non solo è ingiusto e disonesto, ma è fuori da qualsiasi logica! Ha un modo di ragionare a dir poco insensato. Del resto, "i miei pensieri non sono i vostri pensieri", ci dice lui stesso per bocca del profeta Isaia. E menomale! Perché veramente facciamo fatica a entrare nella mentalità di un Dio che non ragiona secondo criteri di giustizia! Ci manca che Paolo, nella seconda lettura, venga a dirci che il vero guadagno è morire, e andiamo nella confusione più totale... Forse, il tema del Vangelo di oggi non è la giustizia sociale né tantomeno come guadagnarci da vivere lavorando onestamente e difendendo i nostri diritti. Il senso di questa strana parabola del Vangelo di Matteo sta tutto nelle ultime due domande del padrone: "Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?". Quello che spinge Gesù a narrare questa parabola è il fatto che tra i suoi seguaci (quelli di allora come quelli di oggi, perché la parabola è narrata ai discepoli di ogni epoca) ci sia gente che non accetti il fatto che Dio sia buono, e che tratti tutti i suoi figli allo stesso modo. Noi figli di Dio non siamo tutti uguali, e ci mancherebbe anche quello! Ognuno ha la propria mentalità, il proprio temperamento e anche il proprio stile di vita, più o meno dedito al proprio dovere. Eppure, Dio fa a tutti noi la stessa identica proposta: "Andate a lavorare nella mia vigna". Ma proprio perché sa che non tutti siamo uguali, non con tutti stabilisce i medesimi accordi: con quelli della prima ora firma una sorta di contratto, con uno stipendio ben determinato; con quelli che lavorano solo mezza giornata parla di "dare loro ciò che è giusto"; e con quelli dell'ultima ora non parla di alcuna retribuzione. Ma alla fine, tutti vengono pagati con la stessa moneta: un denaro, quello che era stato promesso in maniera esplicita solo ai primi. Come mai? E soprattutto, chi sono questi "primi operai" e questi altri "ultimi", le cui posizioni vengono ribaltate, non solo dalla narrazione della parabola, ma anche dalla sentenza finale del Vangelo? È probabile che Matteo riporti questa parabola di Gesù pensando alla sua primitiva comunità cristiana, dove i credenti "della prima ora", quelli arrivati alla fede provenendo dal giudaismo spesso si sentivano migliori rispetto ai credenti "dell'ultima ora", ovvero quelli provenienti dal mondo pagano, e in virtù di questa "precedenza" avanzavano pretese nei confronti della comunità e di Dio stesso. Loro erano quelli "dell'alba", quelli che avevano incontrato Dio da sempre, dagli inizi della loro esistenza, e per questo pretendevano di essere trattati con maggior riguardo rispetto ad altri che avevano abbracciato la fede "all'ultima ora", ovvero a fatica, dopo un percorso lungo e non privo di difficoltà e di incoerenze. Essi non potevano tollerare di essere considerati simili a certa "gentaglia": da qui, la loro rabbia confronti di Dio, invidiosi del fatto che egli si dimostra sempre troppo buono, misericordioso e accogliente verso tutti. E se Matteo dovesse riscrivere questo vangelo oggi, a chi farebbe riferimento? Forse a tutti coloro che, nella Chiesa, fanno del bene e vivono da veri cristiani ma proprio per questo si sentono migliori di coloro che, invece, vivono la vita di fede con una certa difficoltà; o forse, scriverebbe queste parole per coloro che con Dio instaurano un rapporto di "dare e avere", che pretendono un Dio giustizialista che lasci da parte ogni atteggiamento di misericordia e tratti ciascuno secondo le sue opere, senza alcuna indulgenza né perdono; o ancora, a coloro che, in una comunità, si sentono superiori agli altri perché è da tanti anni che si impegnano in qualche attività e tolgono spazio ai nuovi arrivati, considerandoli incapaci, per di più con la pretesa che chi amministra la comunità dia loro ragione. In buona sostanza, a loro un Dio che tratta tutti alla stessa maniera proprio non va giù, perché un Dio così, che non retribuisce ognuno in base alle proprie opere, non è giusto. Ma il problema non è un Dio ingiusto: il problema è che la sua giustizia si basa sulla sua bontà, e a noi, questo, purtroppo, spesso dà fastidio. Vorremmo tanto che Dio avesse un occhio di riguardo per quelli bravi, che sono con lui da sempre e affrontano la fatica della testimonianza cristiana sin dalla prima ora... E invece Dio tratta tutti alla stessa maniera: e se proprio deve avere un occhio di riguardo per qualcuno e deve avere delle preferenze lo fa con gli ultimi, perché hanno certamente più bisogno di lui, molto più di coloro che, invece, sono convinti di bastare a se stessi, purché Dio li ripaghi in maniera giusta e adeguata. Eh, già, è proprio vero quello che ci ha detto oggi Isaia: "I miei pensieri non sono i vostri pensieri". Dio non pensa come gli uomini. Noi pensiamo che Dio debba essere giusto, mentre egli è semplicemente buono. Sicuramente, più buono di noi. |