| Omelia (18-09-2026) |
| don Michele Cerutti |
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Siamo dei risorti pieni di gratitudine Il primo pensiero lo prendo da San Paolo che oggi ci scuote. Non usa mezzi termini, non cerca giri di parole: se Cristo non è risorto, tutto ciò che facciamo è inutile. La fede non sarebbe che un'etichetta da mettere e togliere secondo la convenienza, come spesso accade nel nostro mondo occidentale che ama definirsi cristiano ma fatica a credere davvero nel Vangelo. Paolo parla a una comunità che rischiava di addomesticare la risurrezione, di ridurla a simbolo, a poesia, a ricordo. E quante volte anche noi facciamo lo stesso: celebriamo la Pasqua come una bella tradizione, ma poi viviamo come se la morte avesse l'ultima parola. Il secondo pensiero lo prendo dal breve brano del Vangelo di oggi che ci offre uno spaccato straordinario della vita quotidiana di Gesù. Luca ci mostra una Chiesa nascente che si muove, che cammina per città e villaggi. E in questo cammino balza agli occhi un dettaglio rivoluzionario per l'epoca: Gesù non è solo, e non è accompagnato solo dai Dodici. C'è un gruppo di donne che ha lo stesso passo degli apostoli. Il Vangelo fa i nomi di queste donne: Maria Maddalena, Giovanna, Susanna. E aggiunge un dettaglio fondamentale: erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità. Qual è la molla che le spinge a lasciare tutto e a seguire Gesù sulla strada, condividendo i loro beni? Non il dovere, non la paura, ma la gratitudine. Hanno sperimentato la liberazione e la vita nuova, e ora non possono più fare a meno di stare con Lui. La domanda per noi oggi: Qual è il motore della mia fede? È l'abitudine, o è la memoria grata di quanto il Signore ha fatto e fa nella mia vita? |