Omelia (20-09-2026)
don Michele Cerutti
Liberaci dall'invidia spirituale

La pagina del Vangelo che abbiamo appena ascoltato mette a nudo una delle malattie più nascoste, sottili e velenose che possano abitare nel cuore di un credente: l'invidia spirituale.
Gesù ci racconta la storia di un padrone di casa che esce a tutte le ore per chiamare operai nella sua vigna. Ma il vero dramma della parabola non si consuma nei campi, sotto il sole, bensì al momento della ricompensa. Quando i primi arrivati vedono che anche gli ultimi - quelli che hanno lavorato un'ora sola - ricevono un denaro, iniziano a mormorare. Attenzione, però: il padrone non sta togliendo nulla a loro. Sta dando il pattuito. La loro rabbia non nasce da un'ingiustizia subita, ma dalla generosità mostrata verso gli altri. Nasce dal fatto che il padrone è buono con chi, secondo loro, non lo merita.
È la trappola dell'occhio cattivo. L'invidia spirituale non è il desiderio delle cose materiali altrui; è quel fastidio interiore, quel senso di irritazione che proviamo quando vediamo la grazia, la misericordia o il fervore di Dio operare in un fratello che riteniamo inferiore a noi o arrivato tardi. È la sindrome del fratello maggiore della parabola del figliol prodigo: noi che siamo in parrocchia da sempre, noi che abbiamo sopportato il peso della giornata, non sopportiamo che l'ultimo arrivato riceva lo stesso abbraccio del Padre.
Trasformiamo la fede in un contratto di lavoro: "Io ti do le mie preghiere, le mie messe, i miei sacrifici, e tu, Dio, mi devi un trattamento di favore". Ma Dio non è un datore di lavoro. È un Padre. E la salvezza non è uno stipendio da calcolare col bilancino, è un dono infinito. E l'infinito non si può dividere a metà.
Per capire quanto questo veleno rischi di accecarci, guardiamo a quello che la tradizione chiama il più grande santo dell'ultima ora: San Disma, il Buon Ladrone.
Pensateci. Quest'uomo ha passato l'intera vita a violare la legge, a fare del male, a distruggere. Non ha mai lavorato un solo minuto nella vigna del Signore. Eppure, all'ora undicesima della sua esistenza, inchiodato su una croce accanto a Gesù, trova il coraggio di dire: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno". Non ha opere da esibire, ha solo le mani bucate dai chiodi e un cuore disfatto dal pentimento. E Gesù cosa fa? Non gli chiede il curriculum spirituale. Gli spalanca le porte del Paradiso all'istante: "Oggi sarai con me".
Se in noi abita l'invidia spirituale, di fronte a San Disma proviamo un sottile fastidio: "Ma come? Tutta la vita a rubare e poi si salva in un secondo?". Questo pensiero svela che non abbiamo capito nulla del Vangelo. Chi pensa così non si rende conto che lavorare nella vigna fin dal mattino - cioè vivere nella grazia di Dio fin dalla giovinezza - non è una fatica da farsi pagare, è già il premio più grande! Chi arriva all'ultima ora ha vissuto una vita nel buio, nella solitudine di chi non si sente amato. Non c'è nulla da invidiare, c'è solo da piangere di gioia per un fratello che era morto ed è tornato in vita.
L'invidia spirituale nasce dall'orgoglio di credersi giusti da soli. Ma davanti a questa mensa, fratelli miei, siamo tutti operai dell'ora undicesima. Nessuno di noi ha guadagnato l'Eucaristia che sta per ricevere.
Chiediamo oggi al Signore la grazia di un occhio buono. Liberaci, Signore, dal veleno del confronto e del giudizio. Donaci la gioia di vedere la tua misericordia all'opera negli altri, e facci comprendere che il nostro unico vanto è essere stati guardati e chiamati da Te, non importa a quale ora del giorno.