Omelia (13-09-2026)
padre Gian Franco Scarpitta
La migliore vendetta

"Donare completamente" è il significato etimologico del verbo perdonare, che a sua volta è una variante di "condonare", cioè dare in dono, regalare. Il solo termine ci presenta quindi una prospettiva che secondo il sentire comune è del tutto illogica e insensata: siamo chiamati a "donare completamente noi stessi", a farci noi dono per gli altri, soprattutto per coloro che ci hanno offesi e maltrattati. Il perdono non consiste quindi in un'indulgenza fuggitiva e passeggera, in una mera benevolenza pietistica o nel soprassedere nei confronti di chi ci ha umiliati e vilipesi o verso coloro che sono responsabili di un atto struggente nei nostri confronti. E' molto di più. Consiste infatti nel donare noi stessi a coloro che ci hanno fatto del male. Di riflesso, ad accettare il torto ricevuto e ad accettare che coloro che ce lo hanno rivolto siano se stesse. Non corrisponde certamente ad approvare il comportamento erroneo che ci hanno riservato, ma accogliere e accettare la loro identità, non svilirne l'importanza e appunto donare noi stessi secondo la logica dell'amore incondizionato e senza riserve. Perdonare è quindi una componente dell'amore e forse ne è la componente più eroica. Ci impone di prescindere da noi stessi, di valicare i nostri limiti e mirare allo straordinario, anzi all'inverosimile. Proprio perché il perdono è amore unico e disinteressato, proprio perché va rivolto soprattutto a coloro che ci odiano o che ci perseguitano, rientra nell'illogico e dell'assurdo. Ma in assenza di assurdità non c'è amore cristiano.
Possibile perdonare a coloro che ci hanno fatto del male? E' ammissibile dover donare interamente noi stessi a chi ci ha ferito, umiliato, perseguitato? Possibile estinguere ogni rancore e vendetta verso coloro che hanno ucciso i nostri figli o che sono stati causa della nostra rovina? Facile a dirsi, ma difficile a realizzarsi, specialmente quando determinate esperienze deprimenti ci colgono alla sprovvista. Di fronte al male subito è normale che prevalga l'istintività alla riflessione e al buon senso; è naturale che le nostre reazioni siano sempre di vendetta e di contropartita.
Eppure, se ci si riflette con attenzione, quella del perdono è la migliore strategia per l'acquisto della serenità e della fiducia. Finché si cova vendetta, ci si ammala del proprio rancore. Ci si sente perennemente ansiosi e feriti senza che succeda mai nulla a coloro che ci hanno maltrattati. Odio e rancore non producono che dissapore, dissonanza, disturbo interiore fin quando non giunge l'occasione di vendicarci ma fin quando questa non giunge, non si fa' che alimentare la soddisfazione dei nostri nemici, coltivando la nostra insoddisfazione.
Dimenticare il torto ricevuto, guardare con compassione a chi ci ha fatto del male (perché merita solo di essere compatito) è sinonimo invece di padronanza di sé, di autocontrollo e favorisce anche l'autostima e per ciò stesso la fiducia e la serenità. Una frase attribuita a Buddha suggerisce: "Perdona i tuoi nemici. Non perché loro lo meritino, ma perché tu meriti la pace". Perdonare inoltre è tralasciare il passato peggiore per impostare un futuro migliore. Come sarà possibile infatti progettare adeguatamente, guardare in avanti, realizzare, se il nostro animo è prevaricato da rancori reconditi e sentimenti di vendetta? Per costruire l'avvenire occorre farla finita con il passato, che del resto non tornerà mai più e se anche ritornasse non sarebbe mai tale e quale.
Mi piace molto il passaggio del libro "I promessi sposi" quando Renzo e Lucia, superate le terribili parentesi della fuga, della separazione forzata, della peste, degli innumerevoli pericoli vissuti, riferiscono a Don Abbondio di aver perdonato Don Rodrigo, primo artefice di tutte le loro sofferenze. Rivelavano quella maturità acquisita, quel buon senso e soprattutto quella pace interiore che invece manca al loro curato, che invece è ancora terrorizzato dallo stesso signorotto prepotente ("Fino all'ultimo respiro...") e si rivela propenso al perdono solo quando ogni pericolo è cessato, con la morte di questi. .
Gesù poi ci rivela la soluzione pratica perché diventi possibile perdonare fino a "settanta volte sette", cioè sempre, capovolgendo la logica della ritorsione in Gen 4, 24 ("Sette volte vertà vendicato Caino, ma Lamech settanta volte"): guardare e considerare lo straordinario amore di Dio nei nostri confronti. Davanti a Lui ciascun uomo è come un debitore insolvente che ha accumulato pendenze paragonabili quasi al debito pubblico di uno stato (diecimila talenti); non potrebbe salvarsi se Dio stesso non estinguesse il suo debito perdonando continuamente e senza riserve, specialmente nella croce del suo Figlio, che è esattamente il luogo del riscatto dei nostri peccati. Se Dio non ci avesse giustificati sulla croce di Gesù Cristo pagando il nostro prezzo, saremmo rimasti debitori insolventi, suscettibili di severa condanna e neppure le nostre buone opere sarebbero sufficienti. Nessuno si salva senza i meriti di Cristo. Se dunque Dio concede tanta misericordia a noi peccatori, non è impossibile che anche noi ci perdoniamo gli uni le mancanze degli altri. L'esempio è lo stesso Signore Gesù Cristo, che minacciato e fustigato non covava vendetta, ma ansimante sulla croce pregò il Padre: "Perdona loro, perché non sanno quello che fanno".
La fede apporta i suoi frutti quando ci collochiamo dal punto di vista di Dio, che è assai differente dal nostro. E il perdono, oltre che amore, è anche un vero atto di fede, perché nell'esercitarlo, oltre che il punto di vista si assume anche la vista stessa del Signore.