Omelia (13-09-2026)
don Alberto Brignoli
“Speremo de no!”

Come lui solo sa fare, Pietro ci riporta a una dimensione di profondo e sano realismo dopo il Vangelo di domenica scorsa, nel quale Gesù aveva esortato i suoi discepoli a tentare, in ogni modo, di riconciliarsi con i fratelli con i quali si ha qualche attrito o incomprensione. Pietro capisce l'importanza della riconciliazione e del perdono, ma è anche ben consapevole della fatica che questo comporta, per cui non è così "automatico" che si debba cercare all'infinito la strada del perdono... Tant'è vero che la sua domanda a Gesù suona quasi come una proposta: e non è certo una proposta da poco! "Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?". Pietro non sta giocando al ribasso: pare che all'interno delle scuole rabbiniche del tempo di Gesù ci fosse la regola che tra membri della stessa scuola ci si dovesse perdonare fino a tre volte. Pietro addirittura "raddoppia" questa indicazione e ci mette su anche una volta in più per arrivare al numero perfetto, ovvero fino al compimento totale della pazienza. "Sette volte": siamo sinceri, chi di noi riuscirebbe a perdonare una persona che per sette volte commette qualcosa contro di noi? Anche a volergli il bene più grande di questo mondo, forse applicheremmo le parole del detto: "La prima si perdona, la seconda si condona, la terza si bastona!". Di più no, però: piuttosto, non facciamo scattare la vendetta ma scegliamo di non avere più nulla a che fare con quella persona! Del resto, come dare torto a una persona che dopo aver sopportato una vita di angherie e di maltrattamenti non riesce più a perdonare chi gli ha fatto del male?
E Gesù risponde a Pietro a modo suo, invitandolo a uscire da una mentalità di calcolo, quando si parla di perdono: non è questione di "quante volte" si debba perdonare, ma di "quanto grande" debba essere la nostra mente quando si apre al perdono. E lo fa attraverso quella famosa parabola che, a mio avviso, è la più bella spiegazione all'invocazione del Padre Nostro: "Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori". Mettiamo in chiaro una cosa: il Dio di Gesù Cristo non è, come spesso ci fanno credere, uno che perdona tutto a tutti dimenticandosi delle nostre colpe. Dio è come questo re della parabola che, nel momento in cui vuole mettere a posto il bilancio e si accorge che una delle voci di passivo più significative è il recupero crediti, non fa altro che agire d'ufficio, e chiama a sé tutti coloro a cui ha prestato qualcosa. E tra quelli che gli devono "qualcosa" gliene presentano uno che "gli doveva diecimila talenti". Se teniamo presente che un talento equivaleva a circa 30 chilogrammi di oro (qualcosa come undici milioni di euro attuali), moltiplicandolo per diecimila staremmo parlando di qualcosa di inimmaginabile. A questo punto, o lo fa sbattere in carcere (ma non avrebbe ottenuto nulla) oppure lo vende come schiavo con tutta la famiglia, per cercare almeno di ricuperare qualcosa...
Ma quel ruffiano si prostra a terra e lo supplica di avere pazienza ancora un po' perché gli avrebbe restituito tutto... come no? Sarebbe da stupidi credergli. Infatti, il re non gli crede: non accetta la sua richiesta, fa molto di più (molto peggio, diremmo noi): gli condona tutto il debito, e lo fa come farebbe una mamma con un figlio, lasciandosi "commuovere le viscere" (questo è il verbo usato da Matteo) nella speranza, forse, che questo figlio capisca qualcosa, che non accumuli più così tanti debiti, o quantomeno che apprenda ad avere buoni sentimenti. Una speranza vana, perché passano solo pochi minuti e il servo ruffiano dimostra di avere la memoria corta e di essere privo anche solo di umana comprensione. Cosa gli sarebbe costato avere pazienza con quel suo compagno che gli doveva una cifra irrisoria, cento denari, tre mensilità lavorative, mai paragonabili alla quantità che a lui era stata condonata poco prima?
A questo punto, anche il re perde la pazienza e lo mette nelle mani degli aguzzini, perché non può tollerare l'incapacità di questo servo ad avere nei confronti degli altri gli stessi sentimenti che ha preteso che fossero usati con lui. Come quando chiediamo a Dio che la faccia pagare ai peccatori, ai cattivi, ai malvagi, e contemporaneamente gli chiediamo di essere misericordioso con noi; come quando lo preghiamo perché abbia pietà di noi, perché ci faccia una grazia, e contemporaneamente chiediamo che non abbia alcuno sconto di pena nei confronti di chi ci fa qualcosa di male. È come chiedere a Dio di essere paterno e di perdonare, ma non sempre e non con tutti.
Gesù fa di proposito un paragone esagerato per farci comprendere la spaventosa sproporzione esistente tra il perdono infinito e paziente di Dio nei nostri confronti e lo sforzo chiesto a noi nei confronti dei nostri simili che, per quanto grande e paziente possa essere, non sarà mai paragonabile a quello che Dio fa con noi. Dio non ci chiede di avere una pazienza infinita, ma ci esorta ad avere in testa e soprattutto nel cuore un infinito desiderio di fare agli altri tutto quel bene che vorremmo fosse fatto a noi, di usare verso gli altri tutta la misericordia che vorremmo fosse usata a noi, di essere comprensivi e tolleranti verso gli altri allo stesso modo in cui noi vogliamo ed esigiamo comprensione e tolleranza. Il suo perdono, gratuito e incondizionato, non significa senza conseguenze: per cui, così come chiediamo al Signore che sia misericordioso con noi, contemporaneamente dobbiamo essere disposti a esserlo con gli altri. Conseguenza del perdono ricevuto deve essere il perdono offerto.
Stavolta termino con un aneddoto preso dalla storia del calcio italiano, che mi permette di fare riferimento all'invocazione del Padre Nostro che abbiamo citato prima. Un giorno, al grande Nereo Rocco, storico allenatore del Milan, poco prima di un incontro di calcio tra la sua squadra e un'avversaria che egli riteneva decisamente più forte, un giornalista rivolse questa semplice affermazione che suonava da auspicio: "Paròn, che vinca il migliore!". La sua risposta, in perfetto triestino, fu ironica e realista al tempo stesso: "Speremo de no!". E allora... speremo de no... speriamo che Dio non ci prenda troppo sul serio, quando recitiamo il Padre Nostro, e che non rimetta davvero a noi i nostri debiti così come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Staremmo fritti...