Omelia (13-09-2026)
don Andrea Varliero
Il perdono, infinita e moltiplicata resurrezione

Provo a mettere nero su bianco i debiti che tengo nella mia vita. Verso la mia famiglia, tutta; della loro dedizione, del loro impegno, della vita insieme. Verso i miei morti; sono parte di loro, sono ancora qui dentro di me. Verso i miei insegnanti, tutti quelli incontrati dai banchi delle elementari fino ad oggi. Sono loro che hanno saputo vedere in me quello che ancora io non riuscivo, a fare della mia voce flebile una voce adulta; sono loro ad avermi indicato del mio essere al mondo un senso di continua ricerca. Verso la comunità da cui provengo, un paese capace di umanità e di promozione, di passione. Verso gli amici, che mi hanno ascoltato e accolto, anche quando non ne avevano il tempo, anche quando non era tempo. Verso i sacerdoti e i consacrati, che mi hanno formato e accompagnato, rendendomi libero e capace di fiducia, di speranza, di un gesto di generosità. Verso la mia Diocesi, per la fiducia accordata ad essere prete. Verso i maestri dello spirito e verso i santi, che mi hanno indicato il desiderio. Sono in debito verso coloro che hanno scritto i libri e le poesie che ho letto, che hanno girato i film che ho visto, che hanno creato i capolavori artistici che dicono della Bellezza, che hanno composto la musica che nutre l'anima. Verso i medici che mi curano, verso il lavoro di ciascuno, da quello più umile a quello più specialistico, che rende possibile una società. Sono in debito verso questa comunità che ho davanti, con cui camminiamo insieme: delle loro generose presenze, dei loro eccomi, delle loro pazienze, della loro cura e del loro ricominciare. Non riesco a ripagare tutto questo debito di vita.
Il cuore del servo crudele e malvagio, quel cuore meschino che abita dentro di me, si rasserena ad elencare tutto questo infinito oceano mare di debito. Sorride nel pensare a quel poco, minimo che ha prestato, a quei cento denari pretesi subito indietro, rispetto ai diecimila talenti di debito, sessanta milioni di denari, centosessantamila anni di lavoro. Il rapporto di uno a seicentomila. Se la vita fosse un dare quanto riceviamo, un dente per dente, un comportarsi con gli altri come loro si comportano con noi, sarebbe unicamente un inferno. Come tante volte la viviamo, con il cuore incapace di pietà.
Ho camminato sei mesi lungo le vie di Gerusalemme. Sei mesi di ascolto della Terra Santa. Ho ascoltato le preghiere e i riti più belli, a tutte le ore della notte e del giorno. Sono impallidito davanti a tanta fede, mi sono quasi vergognato dei miei jeans anonimi, rispetto agli abiti identitari di fede che percorrevano forti e sicuri le vie della città antica. Mi sono chiesto chi io sia, che cosa possa portare di novità rispetto ai fratelli e alle sorelle credenti nell'unico Dio. Il Perdono. La rivoluzione dell'uomo e del Figlio Gesù Cristo sta lì, nel perdono. Questo non vuol dire essere migliori, anzi; e tuttavia questa parola umanissima e diretta, che guarda in volto senza guardare in alto, è una parola per cui il mio Signore ha donato interamente la sua vita. Per la quale vivere.
Perdono non è dimenticare. Non ci riesco. Sarebbe disumano farlo, sarebbe anche rinnegare le pagine scritte nella mia vita, quelle che anche Dio scrive insieme con me. Per-dono: non voglio che quel male subito o inferto, che quella ferita abbia l'ultima parola. Scrive Annah Arendt, la giornalista che ha seguito il processo al gerarca nazista a capo di Auschwitz: «Il perdono ci strappa dai circoli viziosi, spezza il ripetere su altri il male subìto, rompe la catena della colpa e della vendetta, spezza le simmetrie dell'odio». Non desidero una vita di vendetta, a rimuginare quel debito minimo che mio fratello o mia sorella hanno nei miei confronti, non voglio l'ossessione del dente per dente. Non desidero una vita simmetrica, desidero una vita capace di dono. Non per essere migliore, ma per vivere libero.
Sì, ma quando davanti a me hanno fatto talmente male, fino ad uccidermi un figlio? Quando mi hanno costretto a lasciare la mia terra? Quando hanno violato la mia casa, la mia intimità? Quando mi hanno umiliato e offeso fino alla disperazione? Faccio silenzio, e ti chiedo la pazienza di lasciare entrare uno spiraglio, di lasciare entrare Dio anche in tutto questo inferno. Anche Lui chiede giustizia, immensa giustizia, così distante dalla vendetta. Anche Lui conosce la rabbia e la ferita, e l'abbraccia da una croce. Anche Lui non dimentica, il suo Nome è ricordare. Anche Lui sa che il perdono è disumano, per questo chiede la sua presenza. Il perdono cammina lungo le strade di vento della Resurrezione. Non fino a sette, ma fino a settanta volte sette. Una vita moltiplicata, leggera, risorta.