Omelia (13-09-2026)
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COMMENTO ALLE LETTURE
Commento a cura delle Clarisse di Città della Pieve

Carissimi, come lo investiamo il perdono che gratuitamente il Padre misericordioso ci concede ogni volta che ci accostiamo al sacramento della Riconciliazione? Come cerchiamo di corrispondere a quel "70 volte 7" che nel vocabolario di Dio significa "sempre", e attraverso il quale lui continuamente perdona noi?
La parabola del Regno che ci presenta oggi Gesù ha come nucleo centrale il tema del perdono: tra un re e il suo servo prima, e tra compagni dopo. La vicenda del primo servo in debito con il suo padrone si conclude a lieto fine: egli è totalmente condonato del suo debito. Perdonato ma smemorato: appena uscito già si dimentica della grazia ricevuta e condanna senza pietà il suo simile che gli è debitore, obbligandolo a risarcirlo di tutto.
Il "sette volte" che Pietro propone a Gesù è legato alla vicenda di Caino, al quale il Signore disse: «Ebbene, chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!» (Gen 4,15). Dunque, se nell'Antico Testamento la vendetta vale "sette volte", per la legge nuova dell'amore che ha instaurato Gesù Cristo in mezzo a noi il perdono del nostro prossimo è moltiplicato a dismisura.
Sì, in virtù della grazia battesimale noi siamo tralci della vite che è Cristo in cui passa la linfa della misericordia, eppure anche a noi cristiani molte volte ci risulta difficile offrire al fratello o alla sorella che ci ha ferito il dolce frutto del perdono.
Per perdonare veramente occorre "morire": è così che, paradossalmente, il perdono genera vita nuova per l'altro da me perdonato, per me che perdono e, come vedremo in seguito, per tutta la comunità. Morire è abbattere il muro del nostro orgoglio; morire è rivestire la nostra umana giustizia della giustizia divina che, ci ricorda oggi il Vangelo, è compassione e perdono reciproci. Morire è abbandonare la logica di Caino, che ci rende schiavi della vendetta, per abbracciare la novità di Cristo di figli amati del Padre e perciò misericordiosi gli uni gli altri, come lui è misericordioso.
Certo, ci sono dei torti che umanamente sembrano imperdonabili (e non vanno banalizzati): essi confermano che nulla possiamo senza la grazia di Dio, la quale va chiesta incessantemente nella preghiera. Ci sono delle ferite che solo il lungo, doloroso ma necessario cammino di luce sulla strada del perdono può trasformare in vita: ognuno con i suoi tempi, condotto dallo Spirito di Dio che lentamente, senza imporsi, senza ledere ulteriormente la nostra carne fragile e ferita, si fa spazio dentro di noi e ci plasma nuovamente "a sua somiglianza": «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5).
Nel Vangelo odierno ascoltiamo inoltre che, di fronte alla durezza e alla violenza del fratello creditore, gli altri compagni si rattristano: le conseguenze del peccato coinvolgono l'intera comunità e non solo i membri coinvolti. Ma, come il peccato e l'offesa tra fratelli impregna di cattivo odore tutto il corpo; altrettanto può fare il perdono: essere soave profumo per tutti. Il perdono è balsamo che lenisce ferite; il perdono trasforma tristezza e muri in abbracci e festa. Questo è il Regno! Perdonare "settanta volte sette" allora ci offre la possibilità di fare altrettanta festa tra fratelli.
Carissimi, la nostra riflessione è partita con una domanda e ci indica un percorso di speranza per noi e per il nostro prossimo: il percorso salvifico del perdono chiesto, ricevuto e donato. Un cammino continuo dove è sempre possibile ricominciare da capo senza vergogna: "da misericordiati a misericordiosi" (cf. Papa Francesco) settanta volte sette. Sempre!
Buon cammino di riconciliazione, di perdono e di pace a tutti!