Omelia (13-09-2026)
Omelie.org (bambini)


In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: "Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?".
Così inizia il Vangelo di oggi.
Per voi bambini, potremmo tradurre la domanda in questo modo: "Signore, se un mio amico mi fa un dispetto, quante volte devo perdonarlo? Fino a sette volte?".
Per Pietro sette volte erano già tantissime! La legge giudaica, infatti, prevedeva il perdono tre volte per una stessa colpa. Pietro invece, data l'insistenza costante di Gesù sulla necessità di perdonare, si spinge addirittura fino a sette! Pietro infatti aveva cominciato a capire gli insegnamenti del Maestro e forse pensava che Gesù lo lodasse per la sua grande generosità... Gesù invece gli risponde: "Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette".
Che non significa fare un'operazione di matematica, ma significa una cosa super importante: bisogna perdonare sempre, senza tenere il conto.
Non ci sono limiti al perdono e ciò implica un cambiamento del nostro modo di pensare e di agire: Dio ci chiede di comportarci come si comporta Lui.
Per farsi capire meglio, Gesù racconta la storia del Re e dei due servi.
C'era una volta un Re a cui un servo doveva un sacco di soldi, una cifra enorme che non avrebbe mai potuto restituire: diecimila talenti. Un talento equivaleva a 6.000 denari (circa 20 anni di lavoro). Diecimila talenti corrispondono quindi a 60 milioni di denari, ossia 164.000 anni di lavoro. Era un debito impossibile da ripagare per un singolo uomo! Se dovessimo fare un calcolo in euro, quel debito corrisponderebbe circa a 3 o 4 miliardi di euro! Pensate un po' bambini!
Ci verrebbe da chiederci a questo punto come abbia fatto questo uomo ad acculare un debito così grande! Ma a Gesù non interessa fare i conti... lui, con questo racconto, ci vuole semplicemente dimostrare la immensa misericordia di Dio, Re buono!
Infatti, davanti al servo che si inginocchia e piange dicendo: "Ti prego, abbi pazienza con me, ti ridarò tutto!", il Re si commuove e fa una cosa incredibile: gli cancella il debito e lo perdona completamente. Quel servo è libero e felice!
Potremmo dire che questo servo è anche presuntuoso perché chiede al re la pazienza di aspettare il momento in cui restituirà tutti quei soldi... cosa impossibile! Per quanti anni avrebbe dovuto lavorare sodo per restituire il debito? Non gli sarebbe certo bastata una sola vita! E il Re, sapendo che quel servo non avrebbe mai potuto pagare nemmeno se avesse avuto pazienza, gli condona addirittura tutto e prende il debito sulle sue spalle.
Appena esce dal palazzo, questo stesso servo incontra un suo amico che gli deve in proporzione pochissimi soldi:100 denari. Siccome una giornata di lavoro equivaleva ad un denaro, ciò significa che questo debito avrebbe potuto essere pagato in circa 3-4 mesi di lavoro. Il valore in euro, oggi, sarebbe circa 5.000 - 6.000 €.
Notate bene che anche questa è una cifra importante, non sono spiccioli... ci si potrebbe comprare una meravigliosa mountain bike, una bellissima vacanza o tantissimi giocattoli o, meglio ancora, si potrebbe donare ai poveri...
È un debito che richiederebbe fatica per essere restituito, però si potrebbe fare! Invece di essere buono come il Re, il primo servo prende per il collo l'amico e gli grida: "Dammi i miei soldi!".
Questi si inginocchia e dice le stesse identiche parole: "Ti prego, abbi pazienza e ti restituirò tutto!". Ma il servo non vuole sentire ragioni e lo fa mettere in prigione.
Quando il Re lo viene a sapere, ci rimane malissimo e si arrabbia: "Io ti ho perdonato un debito gigantesco, e tu non sei stato capace di perdonare una piccolissima cosa al tuo amico?". Quel servo spietato non aveva cambiato il suo cuore nonostante il perdono ricevuto e così il Signore lo condanna mettendolo nelle mani degli aguzzini fino al completo pagamento del debito: quel servo, cioè, fu punito per sempre.
Gesù, con questa parabola, ci insegna che dobbiamo perdonare gli altri perché noi per primi siamo stati perdonati da Dio. Il grande debito del primo servo è paragonabile ad ogni nostra mancanza d'amore, per cui è una grave offesa a Dio. Noi non saremmo mai riusciti a pagare il nostro debito e, per questo, Dio ha mandato sulla terra Gesù affinché, con la sua morte e risurrezione, pagasse per noi!
Pensate a quale prezzo siamo stati e siamo ogni giorno perdonati! Con questa certezza è dunque impossibile che noi non ci mettiamo nello stato d'animo di perdonare chi ci fa qualche torto, o sgarbo, o ingiustizia... sono così piccoli i nostri crediti nei confronti di chi ci fa qualcosa che non va rispetto alle nostre mancanze di amore che noi facciamo al Gesù che è nei nostri fratelli!
Cosa ci vuole dire allora Gesù?
Innanzitutto che Dio è come il Re buono: ogni volta che facciamo un capriccio, che litighiamo o facciamo i monelli, Dio ci perdona perché il suo amore per noi è infinito.
Naturalmente questo non significa che ci è permesso di comportarci male perché tanto Dio ci perdona... No! Ci vuole sempre e comunque il nostro impegno per seguire gli insegnamenti di Gesù che ci indicano la strada del bene!
Inoltre il Signore ci invita a costruire la "catena del perdono": visto che Dio è così buono con noi, anche noi dobbiamo essere buoni con gli altri. Se un amico ci prende un giocattolo, ci fa un dispetto o ci dice una parola brutta, fa male, è vero. Ma tenergli il muso ci fa stare solo più tristi.
E allora? Bisogna perdonare perché perdonare è da supereroi.
"Perdonare" non significa dire che quel dispetto era giusto, ma significa fare pace per tornare a giocare insieme e far vincere l'amicizia!
Il Signore chiede a noi di essere misericordiosi SEMPRE. Non per paura di quello che un giorno potrebbe accadere ma per poter realizzare il progetto di gioia che Lui ha pensato per ciascuno di noi.
In questa domenica prendiamo allora questo impegno: se abbiamo qualcosa in sospeso con qualcuno, cerchiamolo, parliamoci assieme e perdoniamo, perdoniamo, perdoniamo fino a... settanta volte sette.
C'erano una volta Lillo il leprotto e Mimi la tartaruga, due grandi amici che amavano disegnare insieme. Un giorno, Mimi rovesciò per sbaglio un intero bicchiere d'acqua sul disegno che Lillo aveva colorato con tanta fatica.
Il disegno era completamente rovinato. Lillo, furioso, urlò: "Non sei più mia amica!" e andò a sedersi sotto un albero, stringendo i pugni.
Mimi, con le lacrime agli occhi, disse: "Scusami, è stato un incidente...", ma Lillo non volle ascoltarla.
Mentre Lillo era lì tutto imbronciato, sentì un forte peso alla pancia. Non aveva più voglia di giocare, né di correre. Poco dopo passò di lì un vecchio scoiattolo che, vedendolo così triste, gli disse:
"Vedi, Lillo, restare arrabbiati è come tenere in mano un carbone bollente per fare un dispetto a un altro: alla fine, sei solo tu quello che si scotta. Il perdono serve a buttare via quel carbone prima di bruciarsi."
Lillo guardò le sue mani, poi guardò Mimi che piangeva da sola. Capì che il disegno si poteva rifare e che l'amicizia di Mimi era molto più preziosa. Prese un bel respiro, corse da lei e le tese la mano: "Facciamo la pace? Domani ne coloriamo uno nuovo insieme".
In quel momento, il peso sulla pancia di Lillo sparì e tornò subito il sorriso sul musetto di entrambi.
Commento a cura di Maria Teresa Visonà