| Omelia (06-09-2026) |
| padre Gian Franco Scarpitta |
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La correzione atto di carità Ezechiele, su incarico divino funge da "sentinella". Il ruolo di questi uomini di vedetta è scrutare l'orizzonte dall'avamposto e dare l'allarme non appena scorge l'arrivo di un esercito nemico. Il suo ruolo però, più che militare, è di sentinella morale, doverosa di vigilare sul peccato e sulla malvagità, che sono i veri nemici dell'uomo. Predica quindi la conversione e la giustizia e in questo passo del capitolo 33 (I Lettura) insegna il dovere morale della correzione dell'empio e dell'ingiusto. Annuncia infatti che chi omette di richiamare un reo o un malfattore dalla sua empia condotta, si rende complice dei suoi misfatti. La sentinella deve quindi "dare l'allarme" al presenziare di un errore da parte del fratello, interessarsi affinché questi si convinca del suo sbaglio, vi rimedi e cambi vita. Se manca di svolgere questo suo compito, omette ai propri doveri e dovrà rendere conto a Dio. Delle mancanze del reo e del peccatore, sarà responsabile infatti anche lui, perché ha taciuto. Forse poche volte noi ci concentriamo su questo tema che è abbastanza attualissimo e che riguarda la convivenza civile oltre che un imperativo etico di vita cristiana. Siamo tutti responsabile del bene comune, della giustizia e dell'onestà e ciascuno, come vero cittadino, non dovrebbe restare indifferente nel notare che altri della sua comunità violano la legge o mancano nei riguardi della comunità. Dovremmo correggerci gli uni gli altri, denunciando con coraggio alle autorità ogni ingiustizia e ogni mancanza che notiamo commettere da parte di chi turba l'ordine e la convivenza. Al presenziare di un furto o di qualsiasi altro illecito, qualsiasi cittadino può intervenire con i mezzi che ha a disposizione o comunque interessarsi affinché determinati atti non si compiano, anche quando non lo riguardano direttamente. Più che "farsi i fatti propri" ciascuno dovrebbe correggere colori che sbagliano, intervenire con coraggio sulle mancanze anche gravi degli altri, preoccuparsi con zelo e iniziativa di ogni misfatto che viene commesso anche a costo di mettere a repentaglio la propria vita. Se questo è indispensabile a livello di convivenza civile, a maggior ragione diviene irrinunciabile dal punto di vista cristiano, poiché la correzione fraterna è un atto di carità. Riprendere o denunciare colori che sbagliano, anche nelle mancanze più incresciose e anche nella prospettiva di ottenere loro adeguate punizioni, non necessariamente corrisponde a vendetta o a cattiveria. Al contrario, può costituire un valido ausilio perché il reo e il peccatore possano emendarsi e così tornare ad essere graditi in seno alla comunità; al contempo è anche un atto di premura verso la comunità medesima, che viene liberata o messa in guardia da determinati malesseri. Sempre Ezechiele afferma la vera finalità della correzione, del ricorso alla giustizia e della punizione: "Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva"(Ez 33, 11). Determinati ricorsi sono finalizzati appunto al recupero e alla redenzione della persona che sbaglia, al suo reinserimento nella società e questa è una delle finalità della carità cristiana, che siamo tenuti tutti ad esercitare con convinzione e con profitto. Se Ezechiele è chiamato ad essere sentinella, Gesù nel vangelo di Luca ci indica come esercitare concretamente questo ruolo di vigilanza e di perlustrazione. Nei suoi argomenti specifica come la mancanza di un singolo soggetto è lesiva non solamente per il soggetto stesso, ma si ripercuote anche su tutta la comunità, che risentirà della gravità del suo errore. Analogamente, il compito dell'emendazione e all'occorrenza della punizione chiama in causa tutti, sia come soggetti sia come comunità. Riprendere colui che sbaglia a tu per tu e poi "davanti a due o tre testimoni" è una forma di premura e di carità perché questi si convinca del suo errore come realtà oggettiva e indubbia. Il ricorso alla comunità vuole coinvolgere tutto il gruppo affinché abbia premura che il reo torni a interagire con tutti, bene accolto e riconciliato e allo stesso tempo che la comunità stessa non sia inficiata dai suoi errori e dalle sue mancanze. Non siamo chiamati comunque al successo nell'esercizio dell'emendazione. Né tantomeno siamo tenuti a costringere il colpevole ad adottare una linea differente da quella da lui adottata. Una volta esauriti tutti i tentativi di riconciliazione premurosa, attenta e caritatevole, sarà il soggetto stesso a decidere di emendarsi o meno, ferma restando la certezza che se continuerà a sbagliare ciò sarà solo a suo discapito. La comunità dovrà allontanarlo. Ciò che conta è la volontà di adoperarsi nella correzione fraterna interpretata come atto d'amore. Chiudere gli occhi di fronte ai mali commessi da altri, usare indifferenza o non preoccuparci di chi con il proprio errore infastidisce o deturpa la comunità è un atto di viltà che rovina la comunità stessa mettendoci in serie posizioni di responsabilità davanti a Dio. Invece "Se uno di voi si allontana dalla verità e un altro ve lo riconduce, costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore lo salverà dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati"(Gc 5, 19 - 20). La correzione fraterna infatti non può non comportare il perdono dei nostri stessi peccati, appunto perché è un'opera di carità e la carità copre una moltitudine di peccati (1Pt 4, 8). Al presenziare di fratelli che sbagliano o che si perdono nel peccato o nel vizio, da parte nostra vi è un generale atteggiamento di indifferenza o di disinteresse. Si preferisce guardare dall'altra parte, farsi i fatti propri per non essere coinvolti o non trovarci in situazioni compromettenti o spiacevoli. In certi contesti, si preferisce non informare chi di dovere sulle gravi devianze altrui perché mossi da una certa "generosità" o premura per la quale "se parliamo, denunciamo o riferiamo, mettiamo quella persona nei guai, lo esponiamo a gravi punizioni e lo roviniamo... " chiudendo così gli occhi su certi fatti abominevoli e perniciosi. Ma è proprio vero che, in casi come questi, aiutiamo a salvarsi colui che sbaglia? Che non facciamo altro che rimandare la sua punizione a quando l'errore sarà davvero irrimediabile e questa ancora più deleteria e distruttiva? E nel frattempo contribuire a rovinare il gruppo, la comunità, la società che risente sempre di determinate mancanze. Confucio diceva che "Sbagliare e non correggersi, questo è il vero errore"; possiamo tranquillamente aggiungere che anche non correggere gli sbagli altrui, questo è il vero errore. |