| Omelia (06-09-2026) |
| don Alberto Brignoli |
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Amare non fa male... giudicare, sì! Ascoltando il brano di Vangelo di oggi, la mia prima reazione è questa: "Con che diritto?". Come ti permetti di andare a correggere il comportamento di una persona che tu reputi sbagliato, e che magari oggettivamente lo è, ma di fronte al quale senti di non avere alcuna autorità per dirgli "Tu sbagli"? Sin dal nostro ingresso in Seminario, ci hanno esortati a quel pio e pressoché impossibile esercizio della "correzione fraterna", attraverso il quale eravamo invitati a dialogare con qualche compagno o confratello dicendogli quello che secondo noi non andava nel suo comportamento, accettando che lui facesse lo stesso con noi. Diciamocelo francamente: anche con tutta la buona volontà di questo mondo, chi mai di noi ci è riuscito? Più che il brano di Vangelo che oggi ascoltiamo, a me piaceva la saggezza di un altro testo del Vangelo di Matteo, quello della pagliuzza e della trave, che ci esorta a fare ammenda dei nostri errori ancor prima di permetterci di giudicare i comportamenti errati degli altri. Ammettiamo anche di spostarci dal piano puramente interpersonale (quella tra noi e un'altra persona) a quello comunitario, come il testo di oggi ci invita a fare: in nome di chi e di che cosa ci permettiamo di dire a una persona "Tu sei fuori dalla comunità", senza aver prima fatto con lei un percorso di ascolto e di accompagnamento che cerca di capire anche i drammi che spesso si celano dietro a un comportamento sbagliato? In nome di chi e di che cosa abbiamo la presunzione di creare categorie di persone distinguendo tra buoni e cattivi sulla base del giudizio nei confronti dei loro comportamenti? In nome di chi e di che cosa "scomunichiamo" una persona senza averle dato la possibilità anche solo di dare delle spiegazioni al proprio agire? Non so a voi, ma a me il discorso di Gesù nel Vangelo di oggi qualche difficoltà la crea: si tenta di risolvere una situazione di difficoltà causata da un comportamento sbagliato da parte di un membro della comunità inizialmente con il dialogo personale, poi attraverso un confronto con altre persone, poi parlandone in forma comunitaria e alla fine, di fronte a un'eventuale fallita riconciliazione, si giunge all'esclusione del soggetto dalla comunità. Beh, non è proprio ciò che si suol definire una "rappacificazione"... Allora ho provato a rileggere il brano... partendo dal fondo, cioè dalla fiduciosa presa di coscienza che dove un gruppo di credenti in Cristo (una comunità) si riunisce nella ricerca del bene comune, nella preghiera, nel faticoso ma esaltante lavoro di intessere relazioni vere tra gli uomini, il Signore è in mezzo a loro, e che quindi ogni sforzo per ricreare la pace laddove essa è venuta meno non può che andare a buon fine. La prospettiva cambia radicalmente. È un conto dire "Eliminiamo il male dalla comunità, facendo lo sforzo di far ravvedere le persone che si comportano male, e ce la faremo, perché certamente il Signore è con noi", ed è un conto dire "Il Signore è in mezzo a noi, per cui sforziamoci, anche pregando insieme, di ricreare relazioni, di aiutare chi fatica a riavvicinarsi alla comunità, coscienti anche del fatto che qualcuno non accetterà di essere accompagnato in questo sforzo". Nel primo caso, c'è quasi un intento giustizialista, da parte di chi, mosso dall'amore per la legalità, fa di tutto per rimuovere il male che c'è dentro una comunità; nel secondo caso c'è una sola legge, quella dell'amore, che - per dirla con Paolo - dà compimento a tutte le altre leggi, e che si avvicina a ogni uomo con il solo intento di farlo sentire, nonostante tutto, figlio di Dio. Del resto (ce lo ha detto lui stesso) Gesù non è venuto a condannare, ma a perdonare e salvare. Se quindi nemmeno lui (pur avendone il diritto) si è permesso di giudicare e di condannare i peccatori, ma solo di aiutarli a ritrovare se stessi e il loro rapporto con Dio, come possiamo noi, peccatori e discepoli suoi, arrogarci questo diritto? Pensiamo a quante sentenze emettiamo sui comportamenti delle persone senza neppure aver parlato con loro! Quante volte eliminiamo da una comunità, da un gruppo parrocchiale, da un movimento, da un cammino le persone che ci danno fastidio, che la pensano diversamente da noi, che si comportano male e che magari lo fanno a causa di nostri precedenti comportamenti scorretti! E quanto poco, invece, ci preoccupiamo di ritrovarci insieme a pregare su un problema o su un atteggiamento scorretto; quante poche opportunità creiamo per trovarci a riflettere e meditare tra persone di diversa impostazione ecclesiale, o che hanno anche solo modi diversi di pensare all'interno della stessa parrocchia; quanto poco pensiamo alle nostre azioni qui sulla terra come anticipo di ciò che avverrà nella Chiesa celeste ("ciò che legherete e ciò che scioglierete sulla terra sarà sciolto o legato anche in cielo")! E quanto poco dialogo tra di noi, soprattutto quando ce n'è più bisogno, ovvero quando non ci si comprende, e di conseguenza si entra in conflitto, ci si arrabbia, si litiga, e poi si commettono errori e ingiustizie! Non è quando si va d'accordo che c'è bisogno di dialogo (tant'è, già si va d'accordo!), ma quando si fa difficoltà a stare bene insieme. Cercare di ricreare relazioni giuste tra di noi non è un'opzione tra le tante: è un imperativo categorico, imprescindibile! Se non lo facciamo, Dio ce ne chiederà conto, come ci dice Ezechiele nella prima lettura: "...il malvagio morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te". Perché mai dovrei sentirmi dire da Dio, un giorno, che sono stato responsabile della rovina della vita di fede di un fratello, solo perché non ho cercato in tutti i modi di dialogare con lui, prima ancora di giudicarlo e condannarlo? Se poi riteniamo Parola di Dio le meravigliose parole dell'apostolo Paolo nella seconda lettura di oggi: "La carità non fa alcun male al prossimo", perché mai non dovremmo dare al nostro prossimo tutto l'amore di cui siamo capaci? Criticare, giudicare e condannare crea solo divisione; ascoltare, comprendere e amare non può che farci del bene. A noi e al mondo intero. |