Omelia (06-09-2026)
don Michele Cerutti
Non dire "non me ne frega niente" o non essere giudice spietato

Si racconta che una gelida mattina d'autunno del 1908, a Milano, Don Guanella stava camminando nei pressi dell'Arco della Pace. A un certo punto, sentì le urla furiose di un vetturino che, prendendosela con il proprio cavallo stanco, lanciava una sfilza di orrende e violente bestemmie. Molti passanti tiravano dritto, scandalizzati o indifferenti. Don Luigi, invece, si fermò. Non si mise a urlare contro di lui e non lo rimproverò con durezza. Si avvicinò alla carrozza e, pur non avendo un vero bisogno di un passaggio, disse con voce calma: «Amico, volete portarmi, per favore, in via Cagnola al numero 11?».
Il vetturino, sorpreso da quel prete così mite, lo fece salire. Durante il tragitto, Don Guanella osservò bene quell'uomo: aveva una gabbana logora, le mani congelate e un volto scavato che gridava fame e disperazione. Scendendo dalla carrozza, il Santo gli pagò la corsa con generosità. Poi, prima di salutarlo, gli mise una mano sulla spalla e gli disse con infinita tenerezza: «Caro amico, che il Signore vi benedica. Ma fatemi un favore: la prossima volta che siete stanco o arrabbiato, non prendetevela con Dio. Lui vi vuole bene. Sfogatevi pure con me, se serve, ma non con Lui». Il vetturino, disarmato da quella bontà improvvisa, scoppiò in lacrime, chiese scusa e promise che non avrebbe mai più bestemmiato.
Questo aneddoto ci introduce nel cuore del Vangelo di oggi (Mt 18,15-20), dove Gesù affronta il tema tanto necessario quanto delicato della correzione fraterna. Cosa facciamo quando vediamo un fratello che sbaglia, che offende Dio, che ferisce la comunità o che commette una colpa contro di noi?
La reazione del mondo oscilla sempre tra due opposti fallimentari. Il primo è il tribunale spietato: puntare il dito, urlare, condannare pubblicamente o, peggio ancora, far circolare il pettegolezzo alle spalle, distruggendo la reputazione dell'altro. Il secondo opposto è il silenzio indifferente: fare finta di nulla per quieto vivere, girarsi dall'altra parte dicendo non sono affari miei e lasciando che il fratello si rovini.
Gesù scardina queste logiche umane. Non ci chiede di ignorare il male, ma ci insegna a correggerlo attraverso una via guidata unicamente dalla carità e dalla pedagogia della pazienza.
Il primo passo che Gesù esige è di una delicatezza sconvolgente: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo». Gesù chiede il coraggio del faccia a faccia. Non parlarne con gli altri, non sbandierare il suo errore, non umiliarlo davanti alla comunità. Custodisci la sua dignità. Sali sulla sua carrozza, come fece Don Guanella, e cerca di capire qual è il dramma o la ferita che lo spinge a comportarsi male. E badate bene alla meta che Gesù indica: non dice va' e dimostragli che hai ragione tu, ma dice «se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello». Nella Chiesa non si corregge per vincere una discussione, ma per guadagnare, cioè per riconquistare all'amore una persona che rischiava di perdersi.
Tuttavia, Gesù sa che l'orgoglio umano può renderci sordi. Se questo primo tentativo fallisce, non ci autorizza a sparlare, ma ci chiede di fare altri passi: chiama una o due persone di fiducia, poi, se ancora non ascolta, dillo alla comunità. Sono cerchi di amore che si stringono attorno a chi sbaglia, offrendogli specchi diversi per ravvedersi, affinché capisca che la sua vita ci sta a cuore.
Persino quando il Vangelo dice: «sia per te come il pagano e il pubblicano», non sta decretando una condanna a morte o una scomunica definitiva. Ricordiamoci come trattava Gesù i pagani e i pubblicani: andava a mangiare a casa loro, offriva loro amicizia e una continua possibilità di ricominciare da capo. Trattare chi ha sbagliato come un pagano significa semplicemente dire: "L'approccio usato finora non è bastato; ricominciamo a evangelizzarlo da zero con una pazienza ancora più grande".
Oggi la Prima Lettura (Ezechiele 33,7-9) ci ricorda che siamo davvero responsabili gli uni degli altri. Dio ci ha posti come sentinelle. Se vediamo un fratello che si sta distruggendo e stiamo in silenzio per vigliaccheria o finto rispetto, diventiamo complici della sua rovina. Ma San Paolo, nella Seconda Lettura (Romani 13,8-10), mette il sigillo definitivo a questo difficile compito: «Pieno compimento della legge è la carità». Come diceva spesso Papa Francesco commentando questo brano, non si può fare un intervento chirurgico senza anestesia; allo stesso modo, la verità detta senza amore diventa una clava che ferisce, mentre l'amore senza la verità diventa un'ipocrisia che lascia l'altro nel suo errore.
La promessa finale di Gesù è immensa: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». Cristo non promette di abitare tra persone perfette che non sbagliano mai, ma tra persone che fanno la fatica umile e benedetta di parlarsi in verità, di perdonarsi, di correggersi con dolcezza e di custodirsi a vicenda.
Chiediamo oggi al Signore, per l'intercessione di San Luigi Guanella, il dono di saper guardare i difetti dei nostri fratelli non con gli occhi del giudice che condanna, ma con il cuore di chi sa accostarsi alle ferite altrui per aiutare a risorgere.