| Omelia (04-09-2026) |
| Missionari della Via |
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I farisei e i loro scribi pongono a Gesù una questione sul digiuno: "i discepoli di Giovanni digiunano spesso... così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono, perché?". E Gesù risponde loro: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno». Potremmo anche tradurre così la risposta di Gesù: vi è un tempo per digiunare e un tempo per mangiare. E quale digiuno? In quale tempo? Diversi cristiani sono legati al digiuno quaresimale o ad altri momenti in cui è cosa buona digiunare. Quando ricordiamo la passione di Gesù; quando, nel tempo di Quaresima, digiuniamo per far parte ai poveri di ciò che risparmiamo (almeno così dovrebbe essere!); quando digiuniamo consapevoli di esserci allontanati da Gesù a causa dei nostri peccati, delle nostre incoerenze. Tuttavia a volte possiamo correre il rischio di digiunare per mettere a posto la coscienza; di osservare solo un digiuno di cibo ma non di peccato, così che il nostro digiuno si riduce solo ad una pratica esteriore senza che migliori il nostro cammino di fede. La questione del digiuno, dunque, non è così banale come sembra. Il digiuno di cibo ci rimanda al digiuno di tutto ciò che ci allontana da Dio. Domandiamoci quali sono le nostre debolezze, i nostri peccati, le nostre inclinazioni al male alle quali siamo chiamati a fare violenza, dato che il peccato non muore di morte naturale. E ammettiamo pure che a volte non vogliamo fare guerra ai nostri peccati, ai nostri difetti spirituali perché costa troppa fatica combatterli e perché alla fine quasi ce ne siamo innamorati! «Ci si abitua a tutto, figuriamoci alla fede. Solo che, a volte, ci si abi-tua come quando si continua a bere lo stesso vino per anni e si di-venta impermeabili alla novità. Ci siamo costruiti dei riferimenti: uno stile di preghiera, un prete che ci piace, alcune convinzioni pro-fonde che abbiamo interiorizzato. Solo che Dio spesso spariglia le carte. Il discepolato non è come mangiare ad una mensa aziendale ma, piuttosto, è come partecipare ad un pranzo di nozze. Ed è inutile cercare di rattoppare una fede logora con piccoli aggiustamenti di rotta come a volte accade nelle nostre parrocchie. Seguire lo sposo che è in mezzo a noi, accogliere il vino nuovo del Vangelo, frizzante e dinamico, significa avere il coraggio di cambiare le nostre botti, il coraggio di cambiare i vestiti logori. Così è il nostro Dio!» (Paolo Curtaz). |