Omelia (30-08-2026)
don Alberto Brignoli
Con Gesù non c'è logica che tenga

C'è un termine, nel Vangelo di oggi, che giustamente crea in noi sensazioni poco gradevoli: è il termine "scandalo", che Gesù usa nei confronti di Pietro (associato a un epiteto ancor meno simpatico, quello di "satana"), solamente pochi attimi dopo avergli affidato il primato e la guida della sua Chiesa. Lo scandalo, nel suo significato originario, non è - come siamo abituati a pensare - un sentimento di vergogna e di indignazione dovuto ad atteggiamenti riprovevoli ed eclatanti commessi in pubblico o comunque venuti alla luce. C'è anche questa componente, certo: ma il termine "scandalo" significa "trappola", ed era riferito a quelle tagliole (o archetti) che nella caccia venivano utilizzati per intrappolare gli animali, ingannandoli con la presenza di un boccone di cibo. Che è esattamente quello che avviene con Pietro, quando si lascia "intrappolare" nelle trame di satana, il quale fa apparire il discorso fatto da Gesù nel Vangelo di oggi come "inaccettabile" agli occhi dell'apostolo. E il discorso era quello relativo al Messia, al "Cristo figlio del Dio vivente", che invece di pensare a come instaurare il Regno di Dio a Gerusalemme con un'azione militare, si ritrova a Cesarea di Filippo, nelle periferie del Regno, ad annunciare ai suoi discepoli quale sarebbe stato il suo destino a Gerusalemme: soffrire a causa delle autorità, venire ucciso e risorgere. Cosa lontana anni luce dalla logica "ebraica" del Messia.
Perché la logica del Vangelo è tutta particolare: non è dettata dagli uomini, ma da Dio. Credere in lui significa accettare che le regole del gioco le detta lui, che la nostra vita la conduce lui, che le nostre scelte le determina lui. Anche se questo ci costa e non ci fa affatto piacere. Non possiamo pensare "secondo gli uomini", per i quali seguire un leader come Cristo vuol dire rincorrere il potere, la fama, la gloria.
Non possiamo pretendere di seguire Gesù e poi cadere nella scandalosa trappola del compromesso, quella per cui a parole lo proclamiamo "il Cristo, il Figlio del Dio vivente" e poi viviamo la nostra fede con la logica umana del "Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai!". Siamo onesti con noi stessi: se oggi il messaggio cristiano nel mondo non incide più come una volta, e se il mondo oggi non crede più in Gesù, non è per l'avanzata di altre religioni o per una mentalità anticlericale o laicista che perseguita il cristianesimo. L'ostacolo più grande alla fede cristiana, l'avversario peggiore, è quello della nostra incoerenza, della logica del compromesso a cui vogliamo piegare il Vangelo, in modo subdolo, prendendo "in disparte" il Signore come ha fatto Pietro (sì, perché poi non è che abbiamo il coraggio di dire queste cose a Gesù di fronte agli altri, per paura di essere giudicati) e rimproverandolo di essere troppo "duro".
Non possiamo confondere la logica di Dio e la logica umana a nostro piacere, facendo della fede cristiana un ibrido che non ha colore, sapore e sostanza. Dire di credere in Gesù e scendere a patto con i potenti per condividere il loro potere, non è fede; dire di credere in Gesù e lasciarci guidare dalla logica della ricchezza e del profitto, non è fede; dire di credere in Gesù e fare di tutto per evitare di sporcarci le mani con il fango delle difficoltà, delle povertà e delle miserie del mondo, non è fede. Dire di credere in Gesù e impedirgli di condurre la nostra vita come lui vuole, non è fede! Sarebbe come dire a una persona: "Ti amo, ti voglio bene, sei per me la persona più importante: però devi fare come dico io e quello che piace a me". No, questo non è il modo di fare del Dio di Gesù Cristo. Con lui non si gioca né si scherza: o la smetti di pensare solo a te stesso, prendi su di te la tua croce - ovvero la fatica della vita di ogni giorno - e vai dietro al Signore dove lui vuole, o altrimenti devi accettare di sentirti dire da lui che non sei ancora pronto per seguirlo, che devi tornare al tuo posto, "dietro di lui" come ogni buon discepolo, e cercare di entrare nella sua logica.
E la logica di Dio ha ben poco a che vedere con la logica umana, perché non è un fatto di calcoli, di scelte ponderate e di nostri atteggiamenti di convenienza, per altro spesso poco inclini alla sofferenza e alla croce. È un fatto di cuore. O segui Dio perché lo ami, perché ti brucia dentro l'esistenza, nonostante la limitatezza del tuo essere uomo, oppure lasci perdere.
Geremia, nella prima lettura, ce lo racconta molto bene, perché lo ha vissuto sulla propria pelle: era stanco di annunciare la Parola di Dio e di essere suo profeta. Per lui, parlare in nome di Dio era diventato un peso: "Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno; ognuno si beffa di me. Quando parlo, devo gridare, devo urlare: «Violenza! Oppressione!». Così la parola del Signore è diventata per me causa di vergogna e di scherno tutto il giorno. Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!»". Proprio come capita a noi: quando la Parola di Dio diventa esigente, allora la eliminiamo dalla nostra vita e cerchiamo una strada più comoda.
Ma se Dio entra nella nostra vita, e anche noi riusciamo - sia pur con difficoltà, come Geremia - a innamorarci di lui, a "lasciarci sedurre da lui" (e non dalla logica del grande seduttore), allora non riusciamo più a farne a meno: "Nel mio cuore c'era un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo".
Essere cristiani è una lotta: una lotta mai finita contro le nostre incoerenze, che spesso hanno il sopravvento su di noi. L'importante è non cedere mai ai compromessi delle logiche umane. Come quando il fuoco dell'amore ti brucia dentro: devi viverlo, senza compromessi.
Prendere o lasciare: con Gesù non c'è alternativa.