Omelia (30-08-2026)
padre Gian Franco Scarpitta
Nel Signore, coraggio o paura?

Dalle stelle alle stalle. Domenica scorsa Gesù conferiva a Simone, divenuto per questo Pietro, l'incarico di guida suprema del collegio degli apostoli e dell'intera Chiesa, dopo la professione di fede nella quale mostrava di essere stato raggiunto da una rivelazione divina suggestiva: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". Adesso invece, non senza meraviglia, assistiamo a un rimprovero secco e determinato di Gesù rivolto allo stesso apostolo: "Tu pensi secondo gli uomini e non secondo Dio... "Stai dietro a me, Satana!" Cioè stai al tuo posto, non mi prevaricare. Non tentare di distogliermi dal progetto divino di redenzione che mi aspetta a Gerusalemme, sulla croce. Certamente, dal punto di vista puramente umano, Pietro non si merita questa reazione inaspettata. Usa nei riguardi di Gesù una premura amichevole, filantropica e disinteressata, motivata dalla preoccupazione per quello che dovrà avvenire al suo maestro. Eppure, nonostante Pietro sia stato raggiunto dalla manifestazione divina intorno al Cristo Messia, è portato a identificare in Gesù un Messia forse politico e trionfalistico, forse vicino all'idea imperante propria dell'epoca di un Messia re combattivo e nazionalistico. Lo vede sotto il punto di vista che interessa tutti noi uomini.
Poiché, come si sa, il diavolo agisce astutamente e con inganno, mostrando un'apparenza di bene o la facciata ipocrita di una falsa nobile finalità, Gesù non può non vedere nel suo apostolo una manovra del principe delle tenebre: questi sta sfruttando appunto la filantropia di Pietro, la sua bontà e la sua premura perché Gesù si distolga dal realizzare quello che è invece il piano di salvezza divino, che è quello di morire sulla croce per tutti noi. L'errore di Pietro è quello di non aver compreso che seguire Gesù Figlio di Dio fatto uomo non esenta dalle intemperie e dalle difficoltà e soprattutto non esime dalla croce. Analogamente che nel caso di Geremia (I Lettura) il quale vorrebbe evitare di parlare nel nome di Dio, ma conclude che non può farne a meno perché "qualcuno" interiormente lo sollecita. Il profeta deve proclamare messaggi di violenza e oppressione nella condanna di una condotta perversa del popolo, ma questo gli rende nemici gli interlocutori, che lo deridono e lo scherniscono e così la Parola di Dio diventa per lui motivo di vergogna. Ha compreso che la sua missione non lo dispensa dal vituperio e non gli garantisce protezione alcuna. Al contrario lo espone all'ignominia e al vituperio. Come nel caso di Pietro, si lascia attrarre da una tentazione puramente umana, che nel suo caso è quella di cedere e di abbandonare, di fuggire per procurare a se stesso conforto e consolazione. Anche in questa sua esperienza si evince la premura, sia pure offuscata e indiretta, del maligno che lo vorrebbe mettere a tacere. In Geremia ogni inibizione viene vinta dal cortocircuito interiore procurato dal fuoco dell'amore, di cui solo lo Spirito Santo è capace e non può fare a meno di proseguire nella sua missione. Don Abbondio ne "I promessi sposi" diceva che il coraggio nessuno lo da a se stesso, ma Manzoni commenta che si può superare l'ostacolo della paura assumendosi le proprie responsabilità e affidandosi a Dio. Soccombere al timore e alla sfiducia quando dobbiamo eseguire un mandato o una missione è proprio del maligno, che ci induce a confondere la prudenza con la viltà, facendo in modo che si preferisca la codardia sotto mentite spoglie di attenzione e di autodifesa. Occorre confidare in Colui che ci ha chiamati a una missione per la quale egli stesso ci attrezza, non mancando di infondere fiducia, coraggio, ma avendo sempre Dio come unica certezza. E comunque nessuno che segua il Signore o che voglia agire o parlare nel suo nome ha assicurata la serenità e la pace perenne. Piuttosto ha assicurata la persecuzione, la riprovazione e talora anche deve mettere sul conto di dover dare la vita.
E' pressappoco quello di cui mi accorsi all'esordio del mio ministero, quasi trent'anni or sono, specialmente quando mi recavo a visitare le famiglie, animato dalla paura iniziale di non essere accolto in tutte le case, e di fatto avveniva (avviene) che in alcuni casi si viene ferocemente respinti, avversati e a volte anche resi oggetto di scherno, specialmente nei grossi centri. Da giovane sacerdote avvertivo sconforto, apprensione e il desiderio di rimandare sempre a domani. Ma subito dopo avvertivo (come avverto anche adesso) che non potevo venir meno al mio ministero e oltretutto ero tenuto a raggiungere ogni luogo o persona. Così pure un po' di apprensione mi coglieva nei miei primissimi incontri con i giovani cresimandi o con i nubendi che si preparavano al matrimonio: mi coglieva lo spasimo di dover affrontare le loro obiezioni alla fede e alla religiosità, le insinuazioni, le critiche alla Chiesa e le comuni tendenze giovanili al razionalismo e di dover affrontare situazioni imbarazzanti. Alla fine però ero molto soddisfatto perché quella serie di incontri con i giovani si concludeva quasi sempre con una bella serata in pizzeria o comunque con l'esito di piacevoli amicizie.
Senza il dolore non si vive nell'amore, nessuna opera nobile è esente da rischi (S. Ignazio) e tuttavia occorre credere in un Dio diverso da quello che vorremmo costruirci ciascuno a propria misura.
Gesù ne è consapevole; così come è consapevole che qualsiasi proposito che lo distolga dal concedersi alla croce è contrario alla missione di redenzione e di salvezza che Dio Padre ha impostato su di lui. Anche lui animato dal fuoco interiore dello Spirito - lo stesso Spirito che consegnerà al momento di spirare sulla croce - si dispone secondo Dio e non secondo gli uomini.