| Omelia (30-08-2026) |
| don Andrea Varliero |
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Tra l'adolescente innamorato e l'adulto che ama, la Croce Ai giorni nostri quel dialogo tra Gesù Cristo e Simon Pietro sarebbe dichiarato sintomo di un disturbo bipolare. I due amici si sono appena confermati, hanno appena vissuto uno slancio di immensa fiducia: «Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio», «tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la mia roccia». Ebbene, un attimo dopo, in una frazione di secondo, dopo due sole parole, Pietro diventa Satana e il Messia viene dichiarato come uno fuori di testa. Da confermati a rifiutati: non si comprendono più, non capiscono più niente. Litigano, si strattonano, se ne dicono di ogni. Lo scandalo sta nel Messia: odiato, rifiutato, scartato, crocifisso, bandito a morte. Impossibile da reggere al cuore dell'uomo. Pietro è come me, porta dentro la mia stessa identica idea di Dio. Il Dio fuori dal mondo. Pensa e sogna di un Dio potente, un talismano di felicità, un'assicurazione contro tutte le avversità, il sentiero luminoso e vittorioso del successo. Il Dio che guarisca, che non farà mai morire i miei cari, il Dio che mi darà sempre ragione, il Dio che mi vendicherà contro tutti i nemici, il Dio a mio uso e consumo, il Dio che assomiglia tanto, troppo, al mio io. «Questo non ti accadrà, mai»: ecco, questo è il Dio che anche io cerco, quello che mi eviti la vita, quello che non mi faccia mai accadere. Non ti accadrà, non mi accadrà, mai. Gesù invece accadrà. Gli avverrà quello che a tutti noi avviene. Dolore, sofferenza, perdita, incomprensione, maledizione, rifiuto, solitudine. Persino la morte. Nel cammino tra Dio e l'uomo mette una pietra d'inciampo, un qualcosa di mai previsto, una maledizione impossibile persino solo a pronunciare. Fissa la Croce. E anche io sono chiamato a prenderla, a viverla. Rinnegare se stessi, prendere la propria croce, seguirlo. Mi colpiscono i verbi: la croce non è da subire, ma da prendere. «Don, che croce grande mi è capitata! Che cosa ho fatto di così male per meritarmi questa croce? Tra tutti i farabutti, perché questa croce proprio a me?». No, amico mio, quella non è la croce, quella non è la punizione, neanche la maledizione; quella che tu chiami croce io la chiamo vita. Vita reale, vita che ti inchioda alla terra, vita che evitiamo per paura. La Croce sta nella scelta che compio davanti alla vita. La croce è la libertà che vivo anche quando la vita sembra stretta come una cella, anche quando mi sembra tutto un muro contro cui sbattere la testa. Abbracciare la concretezza della vita, senza scartare nulla: il mio limite, la mia fragilità, le mie sconfitte, la mia malattia e la mia lebbra, i miei vicini di casa, i miei colleghi, le mie fatiche. Da una parte la pretesa, l'illusione, il sogno di una vita comoda. Dall'altra la croce, reale, concreta, scomoda, sporca e impopolare. Al centro la vita. È la Croce che mi indica il passaggio sostanziale tra l'innamoramento e l'amore: posso essere innamorato e infatuato, posso sentire l'altra e l'altro come un sogno, ma quando questo sogno crolla, quando questo prete, questa comunità, questo compagno di vita, questo figlio, quando tutti mi deludono, che cosa decido? La Croce mi indica l'abbraccio del reale, e di amare quello che è. Anche quando costa. Anche quando è fatica. Anche quando rompe gli schemi. Anche se mi impegna. Anche se non è quel sogno che avrei desiderato vivere. È lì che smetto di pensare al cristianesimo come fuga dal mondo e inizio a camminare insieme con lui. È lì che finisce l'adolescente innamorato e inizia l'adulto che ama. Lì, dal crinale della Croce. Sto prendendo la croce, sto amando fino in fondo? Ne ho fatto esperienza: Dio non mi salva mai dalla croce, Dio mi salva sempre nella croce. Rileggo una breve pagina del diario di Etty Hillesum, che aiuta il Pietro che abita in me, che aiuta il Cristo crocifisso davanti a me: «Preghiera della domenica mattina. Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L'unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l'unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini». Prendere la propria Croce, voce del verbo amare. |