Omelia (30-08-2026)
don Michele Cerutti
No a una fede low cost

La liturgia della Parola di questa domenica ci mette davanti a uno specchio scomodo, che scuote le nostre false sicurezze religiose.
La scorsa domenica abbiamo celebrato Pietro che proclamava Gesù come il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Gesù lo aveva lodato, definendolo beato e roccia della Chiesa. Oggi, appena una pagina dopo nel Vangelo di Matteo, lo stesso Pietro viene liquidato con parole durissime: "Lungi da me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini".
Che cosa è successo in così poco tempo? È successo quello che capita continuamente anche a ciascuno di noi.
Pietro accetta volentieri un Messia forte, vincente, che risolve i problemi e dispensa favori. Ma quando Gesù inizia a parlare apertamente di rifiuto, di sofferenza, di croce e di morte, Pietro non ci sta. Cerca di tirare Gesù dalla sua parte. Vuole addomesticare il Vangelo, renderlo comodo, privo di rischi.
Quante volte facciamo lo stesso? Spesso riduciamo la nostra fede a una serie di pratiche consolatorie, un cristianesimo low cost. Pensiamo che basti dire qualche preghiera la sera, fare un'offerta o accendere una candela per mettere a posto la coscienza ed esigere da Dio una vita senza intoppi. Ma la fede non è un'assicurazione sulla vita terrena. La fede autentica è un giocarsi fino in fondo nella relazione con Lui e con i fratelli.
Questa dinamica la sperimenta sulla propria pelle anche il profeta Geremia nella prima lettura. Gridare la verità di Dio gli costa scherno e isolamento. Arriva a dire: "Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!". Vuole mollare tutto, vuole una vita tranquilla. Eppure ammette che nel suo cuore c'era come un fuoco ardente, impossibile da contenere.
Questo stesso fuoco ha bruciato il cuore di tanti testimoni anche nei nostri giorni. Penso a una figura splendida di cui è stato aperto il processo di beatificazione: suor Clare Crockett. Da adolescente, in Irlanda del Nord, aveva un solo obiettivo: diventare una stella del cinema di Hollywood. Aveva talento, bellezza, conduceva programmi TV ed era immersa in una vita di feste, alcol e futilità. Pensava secondo gli uomini, cercando il successo a tutti i costi.
A 17 anni, quasi per caso, partecipa a un viaggio in Spagna durante la Settimana Santa. Lì, guardando il Crocifisso il Venerdì Santo, capisce l'amore immenso di Dio. Capisce che Gesù ha dato tutto per lei. In quel momento ha il coraggio di "rinnegare sé stessa", di lasciare i contratti cinematografici e la fama per entrare tra le Serve del Focolare della Madre. Ha scelto la logica del "tutto o niente".
Seguire Cristo non l'ha resa triste o spenta, anzi. Ha portato la sua chitarra, la sua comicità e il suo sorriso tra i bambini più poveri dell'Ecuador. Non ha cercato la sofferenza fine a sé stessa, ma ha preso la sua croce quotidiana servendo gli ultimi con gioia contagiosa. Nel 2016, a soli 33 anni, è morta a causa di un terribile terremoto mentre si trovava nella sua scuola a Playa Prieta, proteggendo fino all'ultimo le sue giovani allieve.
Suor Clare ha incarnato alla lettera la frase del Vangelo di oggi: "Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà". Ha perso i riflettori del mondo per trovare la luce vera.
Prendere la croce, per noi, oggi nelle nostre comunità significa proprio questo da una parte smantellare l'egoismo che ci fa calcolare sempre, dall'altro restare accanto a chi soffre, nella malattia o nelle prove in generale della vita, portando non parole vuote, ma la presenza e la condivisione e infine spendere i nostri talenti per gli altri senza paura di perdere tempo.
Rinnegare sé stessi non significa annullarsi, ma smettere di considerarsi il centro dell'universo. Chi vive arroccato nella propria comodità ha già perso in partenza. Chiediamo oggi al Signore, guardando all'entusiasmo e alla radicalità di testimoni come suor Clare, la grazia di un cuore convertito. Impariamo da Pietro a stare dietro a Gesù come discepoli, lasciandoci guidare dalla Sua logica e non dalla nostra.