Omelia (29-08-2026)
Missionari della Via


Nel racconto del martirio di Giovanni Battista, il Vangelo di Marco mette al centro una cosa sola: la forza della verità. Giovanni viene arrestato e poi ucciso perché ha avuto il coraggio di dire a Erode: "Non ti è lecito". Non parla per orgoglio, non cerca lo scontro, non vuole umiliare nessuno. Semplicemente Giovanni annuncia la verità. Ed è proprio questo che rende Giovanni così grande: preferisce perdere la libertà, e perfino la vita, piuttosto che perdere la coscienza. Il Vangelo ci mostra anche quanto la verità possa mettere in crisi. Erode ascoltava Giovanni volentieri eppure restava diviso interiormente: quella verità parla al cuore ma chiede un cambiamento concreto che Erode non è disposto a fare. La verità ha questa forza: illumina il cuore, ma nello stesso tempo ci chiama a scegliere. E noi possiamo accoglierla oppure soffocarla.

Alla fine Erode sceglie di salvare la propria immagine davanti agli altri invece della verità che aveva intuito nel cuore. È uno dei drammi umani: sapere ciò che è giusto, ma non avere il coraggio di viverlo per paura del giudizio, della convenienza o del compromesso. Giovanni Battista invece resta libero. Anche in prigione. Anche nel silenzio. Anche davanti alla morte. Perché chi vive nella verità possiede una libertà che nessun potere può togliere.

Questa pagina parla profondamente anche a noi. Oggi la tentazione non è soltanto dire il falso, ma vivere di mezze verità, adattarsi, tacere ciò che conta per non avere problemi, costruire una vita basata sull'apparenza. Ciò vale ad ogni livello: familiare, lavorativo, comunitario, ecclesiale...

La testimonianza di Giovanni ci ricorda che la verità non è anzitutto un'idea da difendere, ma una vita da vivere in maniera conforme a Dio. E il cristiano è chiamato a testimoniare la verità non con arroganza o durezza, ma con limpidezza, coerenza e coraggio.

Perché alla fine il mondo non ha bisogno di cristiani perfetti, ma di uomini e donne veri, che con la loro vita facciano intuire che vale la pena restare fedeli al Vangelo.

Anche chi non ha molta dimestichezza col greco sa che in quella lingua il «testimone» è chiamato «martire». E se vogliamo scegliere una raffigurazione simbolica esemplare che ben s'adatta alla festa che il calendario odierno propone, potremmo evocare le parole di quel grande «testimone» che fu don Primo Mazzolari: la testa di Giovanni Battista è ancor più eloquente quando è posta sul vassoio di Salomè ed Erodiade rispetto a quando era sul collo del Precursore. La voce dei martiri non tace neanche dopo la loro morte. Noi ora, con la nota sopra desunta dal Diario del filosofo danese dell'Ottocento Soren Kierkegaard facciamo un passo oltre quella fine più o meno drammatica e pensiamo all'incontro tra il martire-testimone e il suo Signore. Il primo confessa a Dio che quando si agisce per amore non pesa neppure dare la vita: «se un uomo non ha scoperto qualcosa per cui è disposto a morire, non è neppure degno di vivere» diceva un altro martire, Martin Luther King. In quei momenti oscuri vibra nella fragilità umana la grazia divina con la sua efficacia potente. Il Signore, invece, ringrazia il suo fedele perché egli è stato quasi la sua voce e la sua stessa mano visibile davanti agli uomini. Il martire offre la sua libertà e la sua stessa persona all'agire di Dio. In questo si rivela la virtù teologale della fortezza che è grazia donata e impegno personale, proprio come accade nel primo martire cristiano Stefano, «pieno di grazia e di fortezza» (Atti 6,8). Allora, come dice un suggestivo proverbio indiano, «la lama della spada che colpisce il martire profuma di balsamo» (card. G. Ravasi).